La presente lettera aperta è stata inviata alla redazione del giornale “Il dubbio”, a mezzo mail, all’indirizzo redazione@ildubbio.news

ALLA C. A. DEL DIRETTORE DE “IL DUBBIO”, CARLO FUSI

Egregio direttore
in queste ore, come molti altri avvocati italiani, ho invano sperato che il giornale da lei diretto desse un minimo spazio alla vicenda “doppio mandato”, che da anni vede una frangia, minoritaria, testarda, ostinatamente illusa che le leggi valgano per tutti, combattere contro una larga parte degli avvocati, tra cui il suo attuale editore, che invece lottano, oltre che per mantenere un potere illegittimo e criminale, per dimostrare che in Italia, se sei potente, se comandi, puoi tranquillamente infischiartene delle leggi, delle sentenze, della deontologia e di ogni altro limite, di decoro e dignità.
La vicenda probabilmente le sarà distrattamente capitata sotto gli occhi: da anni il suo editore contesta che una norma che lo riguarda, che dice “non puoi essere eletto per più di due mandati”, significhi EFFETTIVAMENTE che il destinatario del precetto non possa essere eletto per più di due mandati. Per orientarla peraltro, mi permetto di segnalarle che si tratta dell’art. 34, Legge n. 247/2012, che per il Consiglio Nazionale Forense è evidentemente una sorta di norma “quantistica”: due e non più di due, ma più di due, se vuolsi così colà dove si puote, ecc. ecc.
Ordunque, egregio direttore, visti i trascorsi del giornale che lei dirige e che io, mio malgrado, contribuisco a finanziare, mi perdonerà se stamane, sbirciando la prima de “Il Dubbio”, non ho avuto il “minimo dubbio” che la censura su quanto stabilito dal Tribunale di Roma, proprio in materia di art. 34, Legge n. 247/2012, nella giornata di ieri, l’avrebbe vista negare ogni spazio ad una vertenza che un qualsiasi giornalista, impegnato nel racconto delle vicende dell’avvocatura italiana, avrebbe avuto il dovere, il buon gusto, o forse anche solo la decenza, di analizzare, diffondere, pubblicare.
Egregio direttore, è vero che viviamo nel paese in cui il “tengo famiglia” è un mantra capace di annegare ogni remora morale, ma per quanto io comprenda la sua affezione agli illegittimi individui che le passano lo stipendio, non posso non ricordarle che lei avrebbe dei doveri, in campo deontologico e professionale, non dissimili da quelli che gli avvocati (quelli onesti perlomeno, quindi il suo editore può essere tranquillamente escluso dal novero) devono rispettare: siamo entrambi, giornalisti ed avvocati, legati al dovere di verità.
Nell’augurarmi dunque che questa mia contribuisca a ridestare il suo sopito interesse sui fatti che le ho rappresentato, le manifesto la mia piena disponibilità ad illustrarle, sul piano giuridico, l’intera querelle, in modo da consentirle di acquisire gli elementi di conoscenza che potrebbero finalmente spingerla a dare un’oncia di spazio alla vicenda di malaffare e di criminalità organizzata che da anni tiene in ostaggio gli avvocati onesti che vivono in questo paese, per colpa del suo vorace ed illegale editore.
In attesa di un riscontro, con la speranza ed il fondatissimo sospetto che lei intenda dare ampio, enorme spazio a questa mia missiva, pubblicandola sul giornale degli avvocati, in prima pagina, voglia gradire, senza “dubbio”, i miei più solidali saluti.
Napoli, 18 dicembre 2019
Avv. Salvatore Lucignano