Il 31 dicembre 2012 lo Stato italiano approvava, dopo più di 70 anni, la legge che doveva regolare il futuro della professione forense. I bilanci possibili, in questa nefasta ricorrenza, sono ormai consolidati: si è trattato di un gigantesco fallimento, che ha fatto da alibi e da sostegno alla criminalità organizzata presente all’interno dell’Ordine Forense e che priva ancora oggi l’Italia di una forza sociale, culturale e giuridica che potrebbe avere un ruolo di primo piano nel paese, mentre non ne ha alcuno. La 247/2012 aveva alcuni fondamentali obiettivi: in primo luogo blindare il sistema di potere mafioso del Consiglio Nazionale Forense e dei Consigli circondariali, affidati da anni a professionisti della rappresentanza, capi di clan che attraverso l’Ordine facevano lauti affari e costruivano carriere personali. L’altro obiettivo primario della legge era rendere impossibile l’esercizio della professione forense agli avvocati poveri, ai giovani, alle donne, ai colleghi del sud Italia, utilizzando la Cassa Forense come un esattore criminale, deputato a depauperare ancora di più i poveri, ed inserendo nell’esercizio della professione una serie di vincoli che rendessero di fatto impossibile la concorrenza con le strutture legali altamente capitalizzate ed inserite nel mercato ad alto valore e rendimento. Entrambi questi obiettivi sono stati brillantemente raggiunti, salvo complicazioni. I veri punti di crisi, rispetto alle finalità reali e non dichiarate della legge, sono infatti arrivati da quei meccanismi di ricambio delle rappresentanze, che il gotha mafioso del sistema ordinistico voleva aggirare, e che hanno portato ad un doveroso riposizionamento di alcuni boss della criminalità forense. Sull’altro versante, la Cassa Forense, pur adempiendo con tutte le proprie forze al ruolo di esattrice iniqua e di strumento per lo sfoltimento coattivo dell’albo, non è riuscita ancora ad esercitare appieno la sua missione, in ragione della possibilità temporanea di versamento contributivo agevolato. Il padre di questa legge sciagurata, Guido Alpa, ha costruito un giocattolo ideale per i criminali che reggono l’Ordine Forense, ha moltiplicato i posti interni alla Cosa Nostra Forense, ha blindato lo strapotere illecito del Consiglio Nazionale Forense, ma la sua veneranda età, la sua ignoranza del presente e del futuro, il suo distacco dal nostro tempo, hanno confezionato un prodotto che alla fine si è rivelato inservibile, persino per le finalità illecite del ceto ordinistico, che può ancora continuare a rubare, grazie ai meccanismi dell’istituzionalizzazione, ma è destinato all’inevitabile declino, per esaurimento della materia prima.

E il futuro? Purtroppo le possibilità che l’avvocatura italiana apra una forte, profonda e proficua riflessione su questi sette anni disastrosi sono scarse. Il Consiglio Nazionale Forense, sia per come è nominato, sia per gli individui che ne fanno parte, è sostanzialmente una cupola di voraci professionisti del potere, incapaci di qualsiasi ruolo propulsivo ed ancorati a pseudo valori arcaici, del tutto inservibili. Le altre componenti della categoria risentono dello spaventoso abbassamento qualitativo dei componenti dell’albo, per cui è praticamente impossibile trovare gruppi abbastanza forti e lungimiranti capaci di indicare una via, che fatalmente dovrebbe smantellare l’esistente e proporre un’avvocatura fondata su valori opposti a quelli attuali. La nostra professione non ha alcuna identità. Servirebbe discutere in primo luogo di questo, di una vera identità comune. Occorrerebbe poi superare la bulimia dell’istituzionalizzazione forense, costruendo una rappresentanza politica basata su valori democratici, superando definitivamente il sistema degli Ordini circondariali, vere fucine di corruzione e criminalità. E’ indispensabile ripensare totalmente la deontologia, altro fallimento della 247, basato su affermazioni di decoro totalmente estranee alle contraddizioni e alla vita, per sua natura multiforme e complessa, dell’avvocato contemporaneo. Il futuro dell’avvocatura può essere legato ad uno status riconosciuto dall’ordinamento solo se l’Ordine Forense tenta di essere una elite culturale, morale, politica. Perché ciò avvenga è indispensabile invertire la rotta rispetto alla massificazione che la criminalità al potere nel sistema ordinistico ha favorito negli ultimi decenni. Il meccanismo conflittuale, per cui i controllori della legalità e della moralità dell’Ordine, sono anche i sindacalisti della canaglia ammessa nel sistema, ha dimostrato tutta la sua inservibilità. Occorre separare nettamente le due funzioni, affidando la deontologia ed il controllo sulla professione a forme e soggetti terzi, che non risentano della necessità di procacciarsi il voto dei controllati, mentre la rappresentanza politica va affidata ad un soggetto unitario, basato su uno schema parlamentare, capace di unificare le tematiche di interesse forense ed affidarle ad un governo della categoria, autorevole e legittimato dal consenso degli iscritti.

I carrozzoni dell’Ordine andrebbero chiusi per sempre, per lasciarci alle spalle questi sette anni di sciagure, ma l’avvocatura non ha in sé le risorse morali, culturali e politiche necessarie alla bisogna. Sono stati sette anni orribili, ma il nostro futuro si preannuncia ugualmente nefasto e non lascia intravvedere nulla di buono per la professione forense in Italia.

Avv. Salvatore Lucignano