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Il silenzio di molti colleghi che in questi anni hanno provato ad opporsi tiepidamente alla Cosa Nostra Forense è anche esso politica. In questi anni la politica forense italiana ha sistematicamente emarginato tutti coloro che opponevano un punto di vista contrario all’abuso di potere che domina il nostro Ordine Professionale. Questo meccanismo ha consentito ai padrini dell’avvocatura di garantirsi un potere praticamente illimitato, all’interno delle istituzioni forensi, ma ha impoverito drammaticamente il dibattito politico, ridotto ad elemento fastidioso, degradato ad inutile rottura dell’unanimismo, ed in definitiva espulso dal sistema.
In questi giorni l’avvocatura è al traino di UCPI sulla vicenda prescrizione, ma l’incapacità del sistema di comprendere i propri limiti strutturali porta gli avvocati che si interfacciano con l’Ordine a non capire che i guasti che gli piovono addosso, da decenni, derivano proprio dall’assoluta inservibilità dell’Ordine.
Se provassimo per un attimo ad escludere i social network dal novero dei luoghi di confronto interno all’avvocatura, e se eliminassimo quelle venti o trenta persone che quotidianamente, per mezzo dei social, animano tale dibattito, il quadro dialettico della professione forense italiana, in merito alle sue istituzioni, al loro operato, ai loro risultati, sarebbe più o meno desertico.
L’Organismo Congressuale Forense non ha al proprio interno le risorse culturali e politiche per strutturare, favorire, guidare, un dibattito ampio, perché non è organizzato come un moderno contenitore di idee, non ha un archivio politico, non possiede un sito internet all’altezza. La diretta delle assemblee, che pure ha enormi meriti, non consente in ogni caso di mostrare un dibattito che vada oltre i componenti del consesso e la ricerca dei processi decisionali, del loro rapporto con le mozioni congressuali, dei documenti riferibili ai vari membri dell’Organismo, è praticamente impossibile per l’avvocato che non si dedichi alla politica forense h24.
Se si pensa poi che il Consiglio Nazionale Forense e la Cassa Forense sono luoghi da cui non trapela assolutamente nulla, in cui la formazione delle decisioni è affidata a gruppi di potere del tutto autoreferenziali, il quadro di un disastro, in termini di partecipazione e funzionalità della politica forense, è completo.
La frase che campeggia sotto la testata del Washington Post recita: “democracy dies in darkness”. Gli avvocati italiani non hanno gli strumenti per poter capire quanto è importante avere una rappresentanza democratica, dialettica, aperta, ai fini di una buona politica delle istituzioni forensi. Dubito che lo capiranno in tempo per evitare la nostra estinzione.