Il 13 marzo del 2020 vengono sospesi i “mefitici nove”, giusto per usare una scherzosa definizione che richiama alla cinematografia d’autore. Questo evento viene vissuto dall’avvocatura italiana come un semplice accidente, quasi un banale raffreddore. Dopo ben quattro giorni di silenzio i sopravvissuti in seno al Consiglio Nazionale Forense (CNF) emanano un comunicato, stringato, scarno, in cui lasciano intravvedere reclami e resistenza ad oltranza.

Viene quasi da chiedere: “tutto qui?” Sovviene in mente la fiction “Il capo dei capi”, quando Tommaso Buscetta accusa Don Michele Greco di sottovalutare volutamente lil peso dell’omicidio di Stefano Bontate. “U curtu elimina Stefano Bontate, l’uomo più importante di questa Cosa Nostra, e per voi chista è na cosa come n’altra?!?!?”
Al netto del mio pessimo siciliano, il senso della vicenda è tutto qui. Nulla cambia a capodanno, cantavano gli U2, e nulla è cambiato nell’avvocatura italiana, dopo la decapitazione dei vertici illeciti del CNF. La lotta per la successione, tra i vari esponenti delle bande che da anni si contendono il potere, prosegue indisturbata. La pandemia di COVID-19 alimenta l’ego di mille e mille feudi, di tutte le piccole voci che si scannano per avere uno scranno più alto.

Diventa piacevole ricordare le parole del preambolo dello statuto di Rimini, 2016, quello che dichiarava, urbi et orbi, che lo scopo di quella finta rivoluzione non era la creazione di una voce unica, capace di parlare per tutti gli avvocati.

Intanto la crisi degli avvocati distrugge ciò che resta dei sogni di gloria, dei meravigliosi racconti di “welfare attivo”, delle fiabe sui benefici concessi alla classe forense dall’avvocato in Costituzione. E’ il collasso più decoroso della storia. Un decorossissimo modo di suicidarsi, per mano dei valorosi esponenti delle meravigliose istituzioni forensi italiane.

25 marzo 2020

Ismael Cantor