La scrittura è sempre meno idonea a raccontare la vita, ed ancor meno la politica. La pandemia di COVID-19 impone di star dietro all’impazzare delle dirette video, delle conferenze live, del moltiplicarsi dei centri di elaborazione, proposta ed informazione. Tutto sommato un fenomeno positivo, interessante, anche per il futuro della democrazia mondiale.

Un fenomeno a cui non è rimasta insensibile l’avvocatura italiana, colta dall’epidemia a pochi giorni da quel 13 marzo 2020 che resterà una data storica per la professione forense: quella in cui il Presidente del Consiglio Nazionale Forense, assieme ad altri 7 componenti del consesso (uno era già stato allontanato in dicembre), è stato sospeso, in ragione della sua illecita elezione, reiterata per la quarta volta consecutiva, a dispetto delle due sole elezioni possibili.

Il 13 marzo 2020 è dunque destinato ad essere identificato, almeno nel futuro della professione forense italiana, quando i fatti di questi anni potranno essere analizzati in un clima libero, sia intellettualmente, che rispetto agli interessi contingenti che oggi drogano i media di settore, come il giorno in cui il sistema ordinistico ha perso ogni residuo alibi, ed ha mostrato a tutti, persino ai suoi più incalliti approfittatori, che la commedia degli abusi andata in scena in questi anni non era altro che una messa in scena.

Ciò nonostante la nostra professione, pur percorsa da moti che cercano di agganciare un rinnovamento possibile, arrancando, anche in modo abitualmente goffo, dietro la contemporaneità, non ha saputo sfruttare le vicende che l’hanno destabilizzata, dall’interno e all’esterno, per mettere in discussione se stessa, la sua identità, o per meglio dire, l’assenza di una tale identità, e la fine ingloriosa del sistema di organizzazione e rappresentanza ordinistica. Ho quasi l’impressione che tutti sappiano, che molti capiscano, ma che si preferisca continuare a fingere, recitando ormai per un pubblico sempre più esiguo, in un teatro semivuoto, del tutto sordo al brulicare delle vicende che impegnano il mondo di fuori.

I fatti di ben più ampia portata che hanno travolto il mondo in queste settimane, uniti all’assenza di una cultura politica interna all’avvocatura, capace di scavare in profondità, di elevare la riflessione sull’essenza della nostra professione a fatto dirimente per il suo sviluppo, hanno giocato un ruolo determinante per la derubricazione di un passaggio epocale a fatto quasi marginale, superabile con un mero valzer di poltrone, all’interno della continuità dell’azione del sistema. Questa gigantesca operazione di minimizzazione del terremoto giudiziario che ha travolto moltissimi protagonisti del potere interno all’Ordine Forense ha potuto giovarsi di un clima di sostanziale indifferenza degli avvocati nostrani, reclinati eternamente sui propri cerotti, reddituali e operativi, ed incapaci, ormai da troppo tempo, di affiancare una coscienza etica e civile al mestiere delle carte bollate.

Nonostante la stanchezza generale, pur in questo clima, di sostanziale assenza di figure di prestigio e spessore interne alla classe forense, capaci di sviluppare una forte riflessione sul senso alto della vicenda giudiziaria che si è dipanata in questi anni, a partire dal 2014, si è consumato lo strappo definitivo tra il mondo disegnato dalla Legge n. 247/2012, che aveva assegnato alle strutture denominate “Ordini”, e alla sua espressione apicale, il Consiglio Nazionale Forense, tutto il potere, e quella terra di mezzo in cui siamo immersi.

Una storia da cui non è emersa una ragionevolezza diffusa, capace di dare peso e senso al piccolo dramma nostrano, che si è consumato tra le nostre mura domestiche, e che ha lasciato sul campo, come vittime in un certo senso predestinate, le brame più spudorate di una casta di voraci inetti, ma anche l’onore e la credibilità dell’avvocatura tutta, uscita distrutta da una lunga stagione di ricorsi, unico strumento possibile per ricondurre all’obbedienza, seppure non alla ragione, i troppi satrapi che pensavano di poter fare nelle istituzioni forensi italiane tutto ciò che desideravano.

Una vicenda aspra, per certi versi umiliante, sia per i vincitori che per i vinti, che ha avuto come fulcro non già una schermaglia volta a sostituire qualcuno con qualcun altro, ma il testardo tentativo, seppur portato avanti da una sparuta minoranza di avvocati, quasi un’inezia rispetto alla massa, di ricondurre la rappresentanza forense nell’alveo del servizio pro tempore, impedendo che il futuro dell’avvocatura possa ancora essere determinato da chi agisce all’interno delle sue rappresentanze con lo scopo di trarre dai ruoli ricoperti quelle utilità, dirette e mediate, che la professione non riesce a garantire.

Ciò nonostante, al netto di un’attenzione che oggi è interamente rivolta all’emergenza pandemica, l’avvocatura italiana non può pensare di andare avanti senza programmare un momento di elaborazione complessiva, condivisa, che non debba necessariamente ricondurre la classe forense a quella tanto abusata unità, invocata a tutto spiano dal potere ordinistico, ma che, anche attraverso una dialettica vera, tenti di trovare dei punti di contatto tra chi in questi anni ha condotto questa guerra, da opposti lati della barricata.

E che di una guerra si sia trattato, incivile, più che civile, io ne sono sempre stato convinto, sin da quando ho cominciato a combatterla. Nulla di questo triste film ha seguito i canoni che dovevano essere propri di una classe di giuristi. Vani sono stati i ripetuti appelli alla moderazione, all’etica ed alla deontologia. Nulli sono stati i momenti di presa d’atto della profonda volgarità della tutela parossistica dei propri scranni. Penose, indegne di qualsiasi commento, appaiono le scorciatoie adottate da molti boiardi colpiti dai provvedimenti giudiziari, decaduti o dimessisi da alcune cariche istituzionali, ma rimasti o addirittura rinominati, dai loro clan, in altri ruoli, come se quelle pronunce, quelle dimissioni, appartenessero ad altri e non a se stessi.

Nelle ultime fasi di questa faida, quando mi era ormai chiaro il suo esito ultimo, avevo purtroppo intuito prima degli altri, come troppo spesso mi accade, che un attimo dopo la fine delle residue speranze di successo degli irriducibili cantori dello spirito di servizio “eterno”, l’avvocatura italiana avrebbe operato una gigantesca campagna di rimozione dell’accaduto. Fedele al mio atteggiamento di profonda idiosincrasia verso la popolarità, non me ero rammaricato in ragione di un mancato riconoscimento ai colleghi impegnati assieme a me in questo sforzo di bonifica legalitaria, ma mi era stato subito chiaro che l’oblio verso i fatti avrebbe impedito di riflettere in profondità sul senso dell’accaduto, privando gli avvocati italiani di un momento di rifondazione, di una catarsi collettiva, di cui questa categoria professionale ha un disperato, imprescindibile bisogno, se vorrà provare a vincere le sfide terribili che la aspettano, non solo nei prossimi mesi, che saranno probabilmente i più drammatici della sua lunga storia, ma anche nei prossimi anni, quando occorrerà saper guidare una trasformazione che appare sempre più urgente, nonostante da troppi anni si finga di non capire, o si capisca benissimo, senza agire correttamente.

Per un istante, assai breve in verità, ho provato a rilanciare uno dei miei soliti folli proponimenti: porre fin da subito l’esigenza di un vero Congresso Forense Nazionale straordinario, una volta terminate le restrizioni imposte dal COVID. Un incontro che sia privo di retorica, in cui finalmente dare spazio alle idee, e non alle cordate, al dibattito, e non alle acclamazioni verso i padroni. Probabilmente, anche stavolta, ho peccato di quella lungimiranza e visione che tanto ha contribuito a un sentimento di stranimento di molti colleghi verso quegli approdi che ho spesso indicato, apparsi a troppi come rive distanti, irragiungibili, mentre io ne coglievo appieno l’importanza, se non la vicinanza o la facilità del tragitto.

La mia esperienza, definita da un arco temporale ed operativo ormai consolidato, mi porta ad un certo pessimismo, legato alla mancata emersione, pure in una vicenda che tanti spunti ha fornito perché ciò accadesse, di una coscienza generalizzata, interna agli avvocati italiani, che mettesse in discussione l’assetto che domina le rappresentanze di categoria, cogliendo finalmente le perniciose connessioni tra mediocrazia e illegalità dilaganti al suo interno, e le condizioni miserabili di moltissimi iscritti al nostro Ordine Professionale. In questo senso, per quanto gli ultimi eventi abbiano acuito forse la consapevolezza di quanto la Cassa Forense sia aliena da qualsiasi funzione di sostegno agli avvocati italiani, non si vede ancora all’orizzonte una forte presa di distanza dal sistema ordinistico, che si tramuti non nell’apatia, nell’astensionismo in fase di voto o peggio, nella sterile lamentazione socialica, bensì in un forte movimento di liberazione, un fronte nazionale unito, organizzato, coeso e compatto, che abbia come obiettivo finale il sovvertimento di quella organizzazione capillare, che ormai da tempo definisco “Cosa Nostra Forense”. Una struttura questa, che ha come unico scopo la tutela dei privilegi dei suoi componenti, e vede il motore che alimenta quel sistema, ovvero i voti degli esclusi dal banchetto, come un mero carburante umano, privo di qualsiasi dignità, nonostante una sorta di adorazione, propria di molti servi verso i propri signori, che ancora connota buona parte dell’atteggiamento della plebe forense.

In attesa, o forse nella speranza che nasca una nuova consapevolezza, non resta che prendere atto dello stallo e della sospensione del giudizio, che la pandemia ha potuto calare, quasi indisturbata, sulla nostra categoria. L’avvocatura infatti, provata da una catastrofe unica e nuova nella sua straordinarietà, ha dunque subito un effetto collaterale del virus, che pure ci si poteva attendere, in assenza di un così potente diversivo, ma che in pieno sconvolgimento del paese si è manifestato in modo assolutamente dirompente: sto parlando della cancellazione dell’etica della responsabilità.

Questo del resto è un fenomeno che ormai travalica le disfunzioni proprie dell’avvocatura, e sta permeando l’intero apparato politico, in ogni sua articolazione e declinazione. In un paese come il nostro, in cui le dimissioni ed il ritiro dai meccanismi del potere sono considerati gesti insani, che condannano chi li attua allo sberleffo e alla dannazione della memoria, gli avvocati che continuano ad esercitare i propri privilegi all’interno delle istituzioni forensi hanno potuto glissare sulle vicende giudiziarie che hanno travolto i vertici della struttura ordinistica, senza che quasi nessuno ne chiedesse un’assunzione di responsabilità, in ragione di una evidente correità.

Tutto ciò, lungi dal potersi analizzare come la mancata pulizia dei complici, invocata per brama di vendetta da chi ha dimostrato, con una serie ormai granitica di provvedimenti giudiziari, di esprimere le posizioni corrette, sta privando gli avvocati italiani di una consapevolezza che non può formarsi: quella che le istituzioni forensi siano davvero un luogo dove si esercita la responsabilità e l’onere del potere, piuttosto che lucrarne onori e vantaggi. L’assenza del decoro, della vergogna, di una profonda coscienza morale, nella gran parte degli avvocati italiani, hanno aggiunto mastice alle posizioni impalpabili di chi, pur avendo avuto in questi anni delle gigantesche corresponsabilità per i gesti illeciti dei capi abusivi del sistema, non ha ritenuto di esternare nemmeno il più piccolo segno di autocritica, limitandosi ad osservare le teste blasonate che cadevano con la più ignava indifferenza.

E’ dunque questo il sentimento con cui affido alla penna, seppure a quella elettronica del mio laptop, anziano ed irrinunciabile compagno di mille guerre e battaglie, le considerazioni che mi stanno spingendo a ricercare, con sempre maggiore serenità e comodità, una posizione di osservatore e narratore esterno alla classe forense, in merito ai fatti che ne caratterizzano la vita politica. Ritengo concluso ormai il mio ruolo di picconatore del sistema, ed allo stesso tempo credo che i semi gettati in questi anni di guerra necessitino ancora di moltissimo tempo prima di mostrare i frutti del lavoro svolto, che oggi non possono essere raccolti, perché mancano gli strumenti mentali e morali per goderne.

Gli avvocati del futuro dovranno avere la forza e la voglia di pretendere di studiare il proprio passato politico, facendone un elemento indispensabile all’abilitazione alla professione forense. Questa conoscenza e padronanza della storia, molto più che i riconoscimenti formali in Costituzione, appaiono strumento insostituibile per la formazione etica degli avvocati dei prossimi decenni. Solo lo studio e la riflessione sulla fine del sistema ordinistico, perlomeno nella sua connotazione predona e banditesca, che noi abbiamo combattuto, e che appare ormai sconfitto e disperso, potranno formare avvocati pieni, non diminuiti, dotati di etica e coscienza del proprio ruolo. Solo la riscoperta della vergogna verso i propri misfatti potrà portare al fiorire, all’interno dell’avvocatura italiana, di un’etica della responsabilità, capace di selezionare classi dirigenti all’altezza delle difficilissime prove che attendono, nel prossimo futuro, la professione forense e la giurisdizione italiana.

Napoli, 17 aprile 2020

Avv. Salvatore Lucignano