Una delle ragioni della crisi dell’avvocatura italiana riguarda senza dubbio l’incapacità degli avvocati di definire e metabolizzare un’identità comune, condivisa, capace di trovare tratti unificanti nella moltitudine di figure che oggi compongono la pletora di iscritti all’Ordine Forense.

A far capire quanto poco si sia fatto in questo senso basterebbe già il pessimo lavoro della legge professionale del 2012, che aveva il compito di svecchiare una categoria dominata da schemi mentali arcaici, retorici, irrimediabilmente vecchi, ma ha fallito miseramente il suo compito.

Se in ogni concetto la definizione è essenziale, leggere in che modo la 247/2012 definisce l’avvocato è quanto mai avvilente. All’art. 2, comma 1, si legge: “l’avvocato è un libero professionista che, in libertà, autonomia e indipendenza, svolge le attività di cui ai commi 5 e 6.”

Cosa dire? Ci troviamo dinanzi ad una resa, per così dire “preventiva”. La legge che doveva dire cosa era un avvocato, non ha trovato di meglio che rimandare ad una serie di attività dello stesso, al fine di dare corpo e sostanza alla sua identità. L’interprete che dunque voglia riflettere su come l’avvocato vede se stesso, o sul modo in cui lo vede la società italiana, non trova miglior riferimento di questo: l’avvocato in Italia è un libero professionista che, in libertà, autonomia e indipendenza, fa cose. Certo, l’approdo ermeneutico può apparire un po’ grottesco, ma di fatto esso non è figlio di retorica, o artificiose manipolazioni del dettato normativo, limitandosi, come sempre il giurista dovrebbe fare, a ricercare la verità insita nel senso letterale delle parole, tale da rendere il significato aderente al detto della norma.

Il completamento della definizione, anche al fine di ben circoscrivere, o ampliare, il campo dei concetti che possono essere ricompresi nella definizione di avvocato in Italia, necessita della lettura dei commi 5 e 6 dell’art. 2. Essi denunciano, in modo invero assai evidente, la confusione, l’approssimazione e la sciatteria che da sempre pervadono il legislatore italiano, non prestando fede al richiamo operato dai commi precedenti, e non elencando dunque una serie di attività di competenza dell’avvocato, ma elencandone alcune, e descrivendone, in modo affannoso e caotico, alcune caratteristiche, soprattutto in materia di subordinazione. Apprendiamo così che l’avvocato presta assistenza e difesa dinanzi alle giurisdizioni e nelle procedure arbitrali rituali, e che può stipulare accordi che subordinino la sua attività, in materia stragiudiziale.

Scopo di questa breve riflessione sull’identità dell’avvocato italiano non è un’approfondita analisi delle caratteristiche di queste attribuzioni, bensì la ricerca di un significato della definizione di avvocato che rimandi all’essere, più che al fare. Ciò anche e soprattutto in riferimento ad una delle false credenze che pervade la mistica e la mitologia di cui sono imbevuti moltissimi avvocati italiani, ben riassunte dalla famigerata frase: “io non faccio l’avvocato, ma sono un avvocato”. Un aforisma che ben esprime la vocazione dell’avvocatura italiana ad un riconoscimento ideale che vada oltre il mero fare, che affondi la sua legittimazione nell’essere. Peccato che di tale Supremo Essere, anche senza voler scomodare la metafisica, nella legge professionale vigente non si vedano tracce.

Quale sarebbe infatti, secondo il dettato normativo, quell’insieme di essenze che darebbe all’avvocato una connotazione etica in grado di elevarlo al di sopra di un qualsiasi altro libero professionista? Può l’interprete immaginare che l’insieme delle norme che definiscono l’agire, l’organizzazione e le funzioni dell’Ordine Forense, conferiscano all’avvocato quell’aura di santità, che tanto ritorna nelle descrizioni indulgenti che noi avvocati amiamo fare di noi stessi? Personalmente ne dubito.

Ad ogni modo, seppure si voglia aderire, anche solo per completezza espositiva, ad un’impostazione dialetticamente più ricca, al fine di validare l’opinione derivante dalla lettura delle prime norme prese in esame, ogni arricchimento dei ragionamenti possibili non potrebbe che derivare dal testo normativo, e dalle fonti a sua volta ad esso subordinate, ma di stretta discendenza legislativa.

Appare dunque intellettualmente onesto ricercare nel codice deontologico forense ulteriori connotazioni etiche, che attraverso la descrizione puntuale delle modalità di agire del libero professionista avvocato, incarnino un modus che giustifichi riferimenti all’essere peculiare di tale figura nell’ordinamento giuridico italiano. Qui il discorso potrebbe ampliarsi e ramificarsi, giungendo a ragionamenti di un certo spessore, ma preferiamo volare bassi, limitandoci a constatare come la libertà, l’indipendenza e l’autonomia descritte dall’art. 2 comma 1 della legge professionale forense, lungi dall’essere caratteristiche che descrivono la realtà della professione in Italia, possono al più essere lette come un auspicio, che appare davvero ben lontano dal realizzarsi.

Se ci volessimo limitare a passare in rassegna le tre virtù cardinali che la legge 247/2012 assegna obbligatoriamente all’avvocato, potremmo immediatamente riscontrare delle vere e proprie antinomie, contenute nella stessa legge, capaci di inficiare in radice l’aspirazione a tali somme qualità. L’avvocato italiano infatti, può davvero dirsi libero? Ci permettiamo di rispondere serenamente che non è così. E’ infatti notoria la condizione di subordinazione, o parasubordinazione, di una buona fetta degli iscritti all’Ordine, di fatto “monocommessi”, ovvero dipendenti, in modo pressocché esclusivo, dal lavoro fornitogli o espletato per conto di altri avvocati. Un fenomeno che nessuno, sia nell’avvocatura che nella società italiana, intende più negare o limitare, nella sua portata dirompente, non solo per la libera attività professionale, ma anche per il libero espletamento delle funzioni politiche interne che spettano all’avvocato, quando si reca ai seggi per scegliere i rappresentanti di categoria.

Certo, “libertà” è una parola bellissima, ma a cosa serve richiamarla, come doverosa premessa dell’essenza dell’avvocato, quando la pratica e i comportamenti a cui sono costretti decine di migliaia di avvocati, una percentuale altissima degli iscritti all’Ordine, non possono essere davvero liberi?

Discorso simile può farsi per l’autonomia. Qui gli aspetti propri del concetto possono ampliarsi, rispetto alla libertà, e toccare la concreta possibilità per un singolo avvocato, di svolgere lealmente e con profitto la professione forense. E’ garantita in concreto, nel 2020, l’autonomia dell’avvocato? Può un professionista abilitato all’esercizio della professione cominciare la sua attività, confidando nell’autonomia, come valore in grado di garantirgli effettive possibilità di successo? Anche in questo caso la risposta non può essere positiva, dovendo fronteggiare ampie zone grigie, che affievoliscono questa nobile aspirazione. Se solo si tiene in considerazione l’evoluzione proposta dalle istituzioni forensi italiane, che costantemente dissuadono l’avvocato dall’esercizio della professione in forma individuale, invitandolo all’aggregazione, si coglie tutta la debolezza del concetto di autonomia, che pure sarebbe uno dei pilastri dell’essenza dell’avvocato.

Come si può essere autonomi, se persino chi rappresenta la professione, al massimo livello, non fa che denigrare questa modalità di esercizio, esaltandone l’inadeguatezza e spingendo l’avvocato a far parte di strutture collettive? E pur senza voler vedere in questo aspetto l’elemento critico più grande, come si fa a non dubitare che l’autonomia del professionista sia un valore positivo, se la reddività, il prestigio, la considerazione sociale dell’avvocato, trovano enorme soddisfazione quando si è parte di grandi sovrastrutture collettive, law firm, boutique legali, studi multifunzionali, mentre al contrario, essere un avvocato singolo è oggi quasi una fonte obbligata di discredito?

Resta dunque l’indipendenza, il non dover dipendere da altri, che naturalmente è un concetto strettamente correlato a libertà ed autonomia, ma che pure può vedere una riflessione specifica, che lo riguardi, come momento di analisi della sua effettiva inesistenza, perlomeno se ci riferiamo alla generalità dei casi, all’interno della professione forense italiana.

L’avvocato italiano infatti non è di fatto indipendente, ma è un professionista diminuito. Questa diminutio, che abbiamo già molte volte analizzato e denunciato, ne limita fortemente le possibilità di indipendenza, e paradossalmente colpisce l’avvocato in modo inversamente proporzionale alla sua ricerca di libertà ed autonomia individuale. Quanto più l’avvocato infatti riesce a stare nei gruppi, forti e ricchi, tanto più può permettersi persino di annullare la sua vocazione all’individualità, conservando le guarentigie proprie della forza della sovrastruttura. Quanto più l’avvocato afferma la propria identità, rinnegando i rituali dell’asservimento ai gruppi, alle strutture, che dominano l’affermazione professionale, tanto più è esposto ai contraccolpi derivanti da una scelta di vera indipendenza.

Le modalità di esercizio professionale infatti, sono pensate per concedere ampia autonomia agli iscritti più ricchi e più strutturati, che possono permettersi di vivere gli obblighi a cui è sottoposto il professionista come meri contrappassi, dal peso trascurabile, rispetto ai benefici economici e sociali che concede lo svolgimento della professione. Al contrario, l’avvocato indipendente, autonomo, libero, che non fa parte di strutture collettive, è vessato da una serie di adempimenti che, nel suo caso, spesso trovano anche una crudele volontà di censura da parte dell’ordinamento, rendendogli gravoso, sia economicamente che moralmente, lo svolgimento dell’attività.

Se dunque il giurista, il sociologo, o anche solo il cittadino che voglia osservare meglio il mondo forense italiano, fa uno sforzo di verità nel valutare ciò che realmente accade, e lo confronta con quanto è previsto nella legge che regola la professione, lo scarto è immediato, evidente, e non consente di riscontare quella effettività della norma, che pure dovrebbe essere il primo requisito della sua credibilità.

La diminuzione della effettiva libertà dell’avvocato che ambisca ad essere autonomo e dipendente si connota, ad colorandum, di molteplici previsioni che sottopongono l’agire del professionista ad una serie di vincoli antistorici, fortemente limitativi di tale libertà, tali da costruire una sorta di presunzione di colpevolezza, una forma sofisticata di peccato originale, a cui l’avvocato debba offrire sacrifici, espiando la sua pena, per poter espletare i suoi uffici senza incorrere nel biasimo, o peggio, nella sanzione.

Volendo citare i principali lacci che affliggono la libertà del professionista, e rimandando a quanto già scritto in materia, si va dall’acquisizione obbligatoria dei “crediti formativi” all’obbligo di redazione di un preventivo scritto, anche nei casi in cui vi sia chiara e reciproca fiducia tra avvocato e cliente. Si continua con la necessità di munirsi obbligatoriamente di una polizza professionale, fino al dovere di iscrizione alla Cassa Forense, con l’esborso di un minimo contributivo annuo, del tutto slegato dal reddito effettivamente realizzato. Insomma, nonostante l’avvocato dovrebbe essere libero, per definizione, tutta la trafila a cui è sottoposto, dallo svolgimento della pratica, fino al completamento del proprio ciclo professionale, sembrano raccontare una vicenda del tutto diversa, e ben distante da quella libertà tanto sbandierata.

Se solo si pensa che all’avvocato non è concesso esercitare nella misura che si vuole, dovendo egli comunque, per legge, occuparsi di un numero minimo di “affari”, in un determinato periodo di tempo, ci si rende conto di quanto le previsioni di dettaglio della 247/2012 vadano a cozzare, in profondità, con i valori cardinali elencati dall’art. 2, comma 1.

Si pensi ancora, e non in modo esaustivo, a quanto sia incoerente la previsione di libertà ed indipendenza, con l’insussistenza di un obbligo di pagamento dei tirocinanti, che possono essere sfruttati a piacimento dai propri dominus, senza percepire compensi capaci di garantirgli il sostentamento, pur prestando il proprio impegno in mansioni che restituiscono al titolare del rapporto di tirocinio delle evidenti utilità economiche e gestionali.

Questo breve ragionamento lascia dunque trasparire il gigantesco problema di identità di una professione che non ha saputo e voluto ricercare al proprio interno gli elementi unificanti, ma che si è affidata unicamente al sistema di gestione del potere interno a se stessa per legare insieme, in un destino comune, le sorti di questa enorme mole di professionisti. Appare dunque una sorta di contrappasso che la parola più in voga per descrivere la situazione vissuta dall’avvocato italiano contemporaneo sia “crisi”, e costituisce sicuramente una piccola vendetta del fato che proprio il sistema istituzionale dell’avvocatura italiana, con le sue vetuste ed autoritarie previsioni, stia cadendo a pezzi, seppellito dalla sua inservibilità, dal malaffare, dalle pronunce giurisdizionali che ne mettono a nudo le nefandezze e l’illegalità.

L’essenza dell’avvocato vive così il suo punto di massima entropia. La classe forense italiana è oggi un caos improduttivo, dilaniato da continui strappi egotici ed egoistici. Manca del tutto l’identità essenziale, che riduca a sintesi le diversità operative, e mancano gli elementi di cultura politica, che pure avrebbero dovuto essere un compendio indispensabile per la formazione dell’avvocato non diminuito, capaci di offrire al professionista gli strumenti per orientarsi, al di là della mera attività svolta, nella dimensione, disconosciuta, eppure indispensabile, della politica forense.

Il quadro di questa disgregazione, teoretica e pratica, si completa di un’ansia perennemente rivolta all’unanimismo, incapace di affrontare seriamente le forze centrifughe che strappano il tessuto connettivo di una categoria ad oggi inesistente. Il continuo, forzato e forzoso tenere tutto assieme, senza fabbricare i connettivi ideali e culturali necessari a tale scopo, continua ad avere effetti opposti alle intenzioni, amplifica il senso di smarrimento e di distacco delle frange più marginalizzate dell’avvocatura, fomenta l’esplosione di tensioni che sarà sempre più difficile soffocare, pur con l’utilizzo intimidatorio degli strumenti repressivi che il sistema istituzionale forense usa, con ampia discrezionalità, nei confronti di chi ne contesta la legittimazione.

La legge 247/2012 non si è preoccupata di definire e costruire l’essenza dell’avvocato contemporaneo. Essa è stata ideata con la chiara finalità di vedere nell’avvocato arcaico, ligio ai riti di affiliazione mafiosa e settaria, che hanno da sempre dominato l’epica della professione forense nel nostro paese, il paradigma del buon professionista. Tutti i fenomeni della massificazione, le spinte evolutive, le degenerazioni da considerare o riconsiderare, come gli avvocati subordinati di fatto, sono stati elementi ignorati dalle norme. Le strutture istituzionali dell’Ordine, con il proprio potere unificante, veri e propri centri di sterilizzazione del pensiero fecondo, hanno forgiato, in ottemperanza alla legge, generazioni di ottusi osservanti di un codice cavalleresco inverso, incapaci non solo di approcciarsi alla realtà con un atteggiamento di ricerca della verità, ma spesso davvero convinte che la parodistica recita della retorica forense, ammantata nella sua ormai ridicola toga nera, possa costituire la stella polare dello sviluppo, presente o futuro, dell’avvocatura italiana.

L’avvocato italiano è dunque oggi prigioniero dell’impossibilità di essere, se si fa riferimento alle sue velleità di incarnare all’interno dell’Ordine la pratica della democrazia, della libertà di pensiero e di azione, ed è allo stesso tempo vittima della crisi che il sistema istituzionale, cieco e tracotante, ha amplificato a dismisura, rendendo priva di senso qualsiasi aspirazione del professionista ad una proficua partecipazione alla vita politica della classe forense.

Restano le bugie, la retorica, i totem e i miti dei bei tempi andati, che in realtà non ci sono mai stati, e la fame, che sempre più avviluppa le membra e la mente dei sopravvissuti, cercando le sue prossime vittime, incurante di certo di toghe e dotte citazioni dei giuristi antichi.

Resta un avvocato che non può avere, e non riesce ad essere. Rimane intatto un mondo decadente, in balia dei colpi della tecnica e della finanza, ma privo di anticorpi culturali e politici, capaci di indicare a se stesso il cammino, piuttosto che essere alla mercé di tutto e tutti, senza scampo, senza identità.

Napoli, 1 maggio 2020

Avv. Salvatore Lucignano