Se ci trovassimo in una favola, in un fantasy, sofisticato, forse non proprio accessibile a tutti, potremmo parlare di una foresta oscura, chiamata “sostenibilità a 50 anni”. In questa intricata rete di proiezioni attuariali, numeri esoterici, misteri e castelli di carte, il povero viandante, avvocato con redditi mediamente oscillanti attorno ai mille euro al mese, verrebbe sballottato senza fine, come Alice di Walt Disney, costretta ad inseguire la strada cancellata davanti ai suoi piedi.

In fondo ci sono favole che hanno già detto tutto, le citazioni e le opere del passato, che hanno descritto scenari incredibilmente somiglianti a quelli che riviviamo. Corsi e ricorsi, diceva qualche avvocato, e non era certo un “Vico” senza uscita.

Il tema dell’insostenibile sostenibilità della Cassa Forense aleggia da anni sulla testa e le tasche dei poveri avvocati italiani. In un intervento che tenni qualche anno fa, in occasione dell’assemblea degli iscritti del Foro di Napoli in cui riuscimmo a far approvare, praticamente all’unanimità, una mozione che impegnava il Consiglio locale a spendersi per una riforma del sistema previdenziale forense con contribuzione proporzionale e progressiva, paragonai gli attuari ai monatti del 300. Come una setta di inaccessibili ottimati, i maghi dei numeri ignoti disegnano scenari accessibili solo a chi aderisce ad essi, non certo perché siano noti, pubblici, discussi o discutibili i processi che li generano, ma perché si assiste ad una stravagante messa in scena, in cui ciò che si vuole diviene quello che non potrebbe non essere.

Il mito della sostenibilità della Cassa Forense diventa perciò un totem, un feticcio che viene agitato dai padroni delle alchimie politiche e finanziarie che agitano gli appetiti di chi vuol tenere in piedi questo carrozzone, e suonano come un nero cancello, sbarrato e invalicabile, per chi voglia giustizia, e sia stufo di foraggiare un sistema clientelare, bulimico e costoso, che non apporta alcun beneficio agli avvocati più giovani e più deboli, ma serve unicamente a far girare la giostra di chi manovra il meccanismo. E’ l’insostenibile sostenibilità dell’Ente, che depreda i più poveri di contributi che non possono essere pagati, promettendo prestazioni che non risolvono il dramma reddituale di quasi la metà degli iscritti al nostro Ordine.

Il popolo ha fame? Non gli si offrono nemmeno le brioches, in sostituzione del pane raffermo, ma i famigerati “bandi”, su cui il management dell’Ente previdenziale forense costruisce le sue solide cordate elettorali, sconosciute o invise ai più, ma capaci di primeggiare sul nulla, o sul poco, in un contesto in cui la sfiducia e l’astensionismo marchiano le elezioni per il rinnovo dei delegati, di quadriennio in quadriennio, affidando il giocattolo infermale sempre agli stessi amici, o agli amici dei loro amici.

La crisi del COVID 19 non ha solo messo a nudo lo scheletro malfermo di un edificio previdenziale fondato sullo spaccio di una grandezza inesistente, ma ha messo a nudo le piaghe della mancata redditività che da anni erano note e ben visibili a chiunque le volesse vedere. Le nebbie che avvolgevano le politiche di Cassa Forense, favorite da un clima di intimidazione verso chiunque osasse portare all’esterno le riflessioni sussurrate nelle segrete stanze di Via Visconti, lasciano intravvedere un campo di battaglia costellato di truppe smunte e affamate, niente affatto lucenti, e dotate di grandi capitali da investire nel rilancio delle piccole e medie imprese italiane, secondo i piani del piccolissimo Napoleone molisano che dal 2014 ha guidato questa fase storica: il Nunzio “Apostolico” Luciano.

Anche questo reuccio è nudo e della sostenibilità, di questa aguzza ed ostile parolina magica, nessuno sa più che farsene. Dinanzi ai nostri occhi sono ben più pressanti le sfide dell’oggi, la necessità di rivedere dalle fondamenta il modello previdenziale ad accumulazione, nell’ambito di un generale ripensamento del welfare, o forse, messi finalmente di fronte all’indifferibilità di una rivoluzione, sociale, culturale ed economica, in grado di ribaltare i pilastri del nostro sistema di produzione e distribuzione della ricchezza.

La battaglia di realismo che per anni abbiamo portato avanti, osteggiata con spocchia ed arroganza dal Consiglio di Amministrazione della Cassa Forense, si impone inesorabilmente come tema centraleper il futuro della previdenza, non solo forense, italiana. La strenua difesa della sostenibilità e del welfare attivo dell’ente assume oramai le caratteristiche di un arroccamento disperato, più utile a garantire una remunerativa exit strategy ai protagonisti del fallimento di questo modello gestionale, che in grado di sopravvivere ai colpi inferti dalla cruda verità, fatta di condizioni operative e reddituale della gran parte degli avvocati italiani, che non possono in alcun modo essere incluse in questo sogno megalomane, dimostratosi un incubo.

Le linee guida che dovranno completamente invertire la rotta nel futuro della previdenza non possono non tener conto di un nuovo patto generazionale da scrivere, riportando lo Stato al centro della tutela della fase finale della vita del cittadino lavoratore, con misure idonee ai tempi, capaci di guardare con onestà intellettuale all’impoverimento dei professionisti intellettuali.

Qualcuno un giorno ha detto che non c’è nessuna nobiltà nella miseria. Questo concetto è forse uno dei più idonei a descrivere l’attuale condizione che vive la previdenza forense italiana. La sostenibilità che manca, e che va assolutamente ritrovata, è quella che dovrebbe consentire a molte migliaia di avvocati di completare il proprio ciclo lavorativo, evitando un’espulsione traumatica dall’Ordine, che rischia di abbattersi su centinaia di migliaia di cittadini italiani, professionisti, famiglie, figli, come una supernova, ben più distruttiva del COVID 19, e contro la quale nessuna propaganda potrebbe far nulla, se non soccombere inesorabilmente.

Napoli, 4 maggio 2020

Avv. Salvatore Lucignano