“Per diventare notaio (o magistrato) devi studiare moltissimo…”

Basterebbe questa frase, paragonata a ciò che si dice in giro sulla difficoltà, sul rigore e sulla capacità di selezionare il merito, per diventare avvocato, a dare la misura del fallimento dell’Ordine Forense. Tralasciando l’università infatti, dove i problemi, l’analfabetismo funzionale e le baronie valgono per tutti, gli aspiranti avvocati, una volta terminato il ciclo di studi superiori, vengono avviati ad un percorso di abilitazione alla professione che nessuno giudica credibile. Questa notoria assenza di credibilità è la prima pietra che rotola, nel percorso degradante subito dall’avvocato che voglia fare della propria professione un elemento di affermazione sociale, di collocazione identitaria all’interno della cittadinanza italiana, ma già segna il futuro del professionista in modo indelebile. Per fare il notaio o il magistrato “devi studiare”. Per diventare avvocato “devi avere la fortuna di superare l’esame”.

Già, la Dea fortuna. La professione forense, da sempre imbevuta di una sterminata considerazione di se stessa, a cui non fanno affatto da contraltare le opinioni degli altri, è oggi composta da soggetti che vi accedono sulla base della fortuna. Questa almeno, è la versione che va di moda in Italia, ed è tanto diffusa da aver scacciato via qualsiasi riferimento al merito, alla competenza, al rigore che dovrebbe connotare, anche nell’immaginario collettivo, la figura dell’avvocato.

“Sono diventato notaio”. Bastano queste tre parole, per gettare sul professionista che ha compiuto questa impresa una luce soffusa, fatta di presunta sapienza, di futura ricchezza, di benessere e considerazione, ed infine, di potere nel condizionare le scelte della politica.

Lo stesso si può dire di chi supera il concorso e diventa magistrato. La percezione del potere della magistratura è ormai radicata e generalizzata, e nella pratica della giustizia, quella dialettica paritaria tra avvocati e magistrati, che dovrebbe essere elemento ineliminabile di una giurisdizione sana ed efficiente, si traduce da anni nell’impotenza dei primi e nell’assoluto strapotere dei secondi, veri “dominus” della dinamica processuale.

Già, il potere. Il potere di essere, di avere riconoscimenti, di giocare un ruolo nelle decisioni che contano. Qualche anno fa, quando agli avvocati fu prospettato, da un provvedimento che iconicamente si intitolava “concorrenza”, di asseverare gli atti redatti, fino a 100 mila euro di valore, i notai stesero lenzuola ai loro balconi, accusarono la politica di voler “rottamare la tutela”, mossero tutte le pedine che rendono questa casta una potentissima lobby, ed ottennero il ritiro della norma. Ovviamente poterono contare sulla prona sottomissione del Consiglio Nazionale Forense, ben felice di vendere anche quella prerogativa possibile, per una categoria affamata e sempre meno capace di uscire da un ambito di professionalità ristretto, in cambio di qualche utilità destinata a pochi intimi.

Ecco, quel potere, gli avvocati non lo hanno più, da anni. O meglio, la profonda spaccatura reddituale ed operativa ha disegnato due avvocature, tra le decine di fazioni che annovera questa pletora: un’avvocatura ricca e potente, che annovera tra la sue fila non più di 5 o 6 mila avvocati, capaci da soli di fatturare oltre l’80% del PIL interno alla categoria. Dall’altro lato vi è l’enorme plebe, il quarto stato forense: circa il 97% degli iscritti all’Ordine, quasi 240 mila persone, che guadagnano pochi spiccioli, azzuffandosi per le briciole lasciate dai pochissimi “colleghi” opulenti.

Questa enorme divaricazione economica, a cui corrpisponde la totale segregazione dei poveri rispetto ai ricchi, si ripercuote enormemente nel rapporto tra gli avvocati, complessivamente intesi e rappresentati dalle istituzioni forensi, e i singoli gruppi di interesse, che operano in modo indipendente dal tutto, contribuendo ad acuire il distacco tra chi avrebbe davvero bisogno della politica, ma non ne riceve alcuna considerazione, e chi può vantare entrature e connivenze, ai massimi livelli istituzionali, pur essendo già dotato di una forza economica e professionale praticamente svincolata da qualsiasi limitazione.

Questi mondi che orbitano su piani diversi, che solo la retorica spacciata dall’Ordine rappresenta come parti di un unico corpo professionale, non hanno niente in comune, né i destini, né i sentimenti o i bisogni. I forti, i ricchi, i potenti, non appartengono all’Ordine, in senso stretto, ma usano il titolo per vivere una vita fatta di possibilità e benessere. Il resto, la canaglia, imbevuta degli slogan propinatigli dal “sistema” ordinistico, sopravvive, a pancia vuota, in un sistema giurisdizionale collassato, tra riferimenti alla toga, a Calamandrei, a tutti quei totem che ottenebrano la mente ed impediscono di prendere una piena coscienza della propria condizione di avvocati “diminuiti”.

Questa massa di diminuiti viene giornalmente insultata dalla cittadinanza, per via di una pratica compromissoria con ogni genere di illecito, svolta in un contesto giurisdizionale inefficiente, asfittico, costoso ed irrazionale. Si ottiene così una doppia ingiustizia, o forse sarebbe più corretto dire che si tratta di una ingiustizia al quadrato: i più poveri, che faticano di più, che non hanno prestigio sociale, che vivono sulla propria pelle tutte le inefficienze della giurisdizione statale, subiscono gli strali dei cittadini insoddisfatti. Gli altri, quelli che non metterebbero piede in un Tribunale nemmeno a pagamento, che non hanno mai visto gli stanzoni sudati e maleodoranti dei “gloriosi” Giudici di Pace, campano a champagne e sono il modello operativo sognato da chi vuole davvero essere un avvocato di successo.

Per uscire da questo incubo, quel 97% avrebbe dovuto riconoscere le istituzioni forensi come il fattore primario del proprio impoverimento, della massificazione e proletarizzazione della massa. Ciò non è stato. Bastano pochi soldi, qualche piccolo riconoscimento di facciata, una nomina, un incarico, cento euro raccattati qua e là grazie ai padroni, ed un enorme numero di subordinati, di “diminuiti”, si affiliano al sistema ordinistico, bestemmiando oscenamente la propria sorte, ma lavorando e votando affinché i responsabili di questo disastro continuino a prosperare.

Nei prossimi anni l’avvocatura di massa sparirà. Le condizioni, l’assenza di identità politica della base, di quel 97% di sfruttati, impediscono di immaginare un riscatto ed una palingenesi della classe forense. Non resta che sopravvivere, lontani da qualsiasi opzione politica, aspettando che la carestia provochi quelle rivolte che potevano e dovevano essere rivoluzione riformista, ma che saranno invece l’assalto ai forni, in chiave forense.

Napoli, 14 maggio 2020

Avv. Salvatore Lucignano