Indeciso se occuparmi di hegelismo padronale del potere o dello stato di totale empasse della giustizia italiana al tempo del COVID, opto per questa seconda scelta. E’ bello potersi occupare di ciò che interessa, in una condizione di sereno distacco, data dalla certezza che tutto, in ossequio alle leggi di Marfi, andrà ancora peggio di quanto si possa immaginare che vada.

Al di là di un pò di sana ironia, tesa anche a sdrammatizzare l’ineffabile mare di guano in cui affogano gli operatori del settore giustizia in Italia, con atteggiamento assai umile mi rifaccio al mio vecchio stilo, ripescando ampie riflessioni contenute in un mio becero articolo di qualche anno fa, avente ad oggetto la logica fuzzy nella giurisdizione contemporanea. Era il 24 novembre del 2018, quando scrivevo:

Un’ulteriore avanzamento dell’analisi può essere ottenuto introducendo la logica fuzzy nel procedimento di interpretazione giuridica e provando a renderla funzionale alla sintesi dialettica esistente tra etica e norma.

Naturalmente, per la decorosa avvocatura nostrana, queste parole potevano provenire anche da Marte, o dal 3000 a. C. Per i nostri eroi sarebbe stato lo stesso, in ogni caso.

Eppure il collasso della giurisdizione, con buona pace di chi pensa che la rincorsa alla giustizia si possa fare a colpi di investimenti miliardari, adottando schemi classici, si può combattere solo con un diverso approccio al fenomeno giurisdizionale. Il rapporto tra cittadino e giustizia, in Italia, è malato, in modo terminale. Tutto è giuridificato, troppo giunge in Tribunale, troppo viene impugnato, sulla base di schemi di pensiero deterministici, formalistici, spesso dogmatici, avulsi dall’etica della soddisfazione e dalla ricerca di punti di equilibrio mobili, capaci di rifondare in modo proficuo il rapporto tra etica e giustizia.

Dallo stesso articolo, traggo un altro pensiero che – stranamente – mi vede ancora straordinariamente d’accordo con me stesso, a distanza di meno di due anni, nonostante la mia (in)sana abitudine di rivedere costantemente il mio pensato, al fine di adeguarlo alle successive elaborazioni e/o intuizioni dettatemi da esperienza e studio:

Ora, non vi è dubbio che questo modo di superare le esclusioni degli opposti possa persino sembrare una mera degenerazione sofistica del pensiero giuridico, ma è invece importante comprendere che la logica fuzzy è indispensabile per affrontare in modo proficuo ed equo le derive autoritarie legate all’esasperazione dei meccanismi interpretativi assiologici. L’utilizzo di una logica fuzzy nei percorsi argomentativi delle Corti superiori ha peraltro una funzione indispensabile al mantenimento dell’autorità ed autorevolezza delle stesse. La capacità di operare secondo i dettami del problem solving è indispensabile al prestigio politico delle massime strutture interpretative della fenomenologia giuridica.

Dunque, se vogliamo superare la bulimia distrofica e disfunzionale della giustizia italiana, non possiamo pensare di fare diritto come abbiamo fatto fino ad oggi. Ciò che voglio dire è che l’approccio dell’avvocatura, ma anche dei magistrati, alla “questione giustizia”, intesa come inservibilità della giurisdizione contemporanea, è obnubilato da una semplicistica visione arcaica, fatta del ricordo dei bei tempi, quando l’oratoria del Balanzone di turno otteneva pregevoli assoluzioni, o quando bastava muovere le oscure forze che legavano avvocati e compagnie, per transigere giudizi in cui spesso la povera vittima, anziché fare la parte del leone, si trovava vittima due volte: una al momento del sinistro, e l’altra al momento del magro risarcimento.

Questo approccio eretico al necessario ripensamento della gigantesca e obsoleta macchina giudiziaria italica non trova soggetti pronti ad attuarlo, perché l’atteggiamento dello Stato e del potere che vive da parassita al suo interno, è sempre stato chiaro: un ordinamento a misura di malfattore conviene ai ricchi e ai mammasantissima, dunque non ci preoccupiamo troppo e lasciamo che i cittadini continuino a sbrigarsela in altri modi.

Abbiamo dunque uno stallo, frutto in parte della volontà politica di tenere la giustizia in uno stato di minorità, in parte figlio della onnipotenza castale della magistratura, ma in larga parte anche dovuto alla smisurata ignoranza ed incapacità di visione dell’avvocatura italiana. Proprio gli avvocati, che più avrebbero da guadagnare ad un ripensato modo di fare soddisfazione dei propri clienti, si ostinano a ripercorrere sentieri pesanti, macchinosi, mai idonei ad intercettare, in una nuova e santa alleanza, i bisogni della contemporaneità.

Adottare il problem solving come elemento distintivo della giurisdizione futura, ripensare il formalismo elefantiaco e disfunzionale che regola la sopravvivenza sonnolenta del mostro giustizia, è l’unica soluzione “punk” per uscire dalla crisi. Si farà? Assolutamente no. Non per qualche anno almeno. Continueremo a credere, come tanti ottusi muli, che più è meglio, che cambiare equivalga a dismettere garanzie, beandoci di grida manzoniane, pezzi di carta, e lasciando che i cittadini italiani si facciano giustizia da soli, privi di assistenza e fiducia nella giurisdizione.

Per chi volesse leggere l’intero articolo citato, dello stesso, infimo autore, ecco il link al sito della nostra associazione:

Se invece vogliamo continuare a lagnarci della nostra inutilità, possiamo decorosamente scomparire. E’ capitato ai dinosauri, che hanno dominato il mondo per 100 milioni di anni, può tranquillamente capitare agli avvocati, molto meno nobili e di fatto, in termini di capacità evolutiva, anche meno intelligenti di quei grandi rettili tontoloni.

Napoli, maggio 2020

Avv. Salvatore Lucignano