L’evoluzione delle “Cose Nostre” che permeano la società italiana vive una drammatica ed esponenziale capacità di mimetismo. L’inadeguatezza del Codice Penale nel descrivere i fenomeni di gestione particolaristica del potere, con tutte le utilità che derivano agli appartenenti ai clan delle Cose Nostre, è ormai oggetto di un dibattito pubblico, anche in seno al legislatore.

Il vero problema però non riguarda tanto la giuridificazione, o peggio, la sterile rincorsa del diritto penale alla descrizione normativa delle mafie legali o paralegali, ma la tutela dei cittadini che denunciano queste mafie. Nella mia battaglia contro la Cosa Nostra Forense, mi sono trovato, praticamente solo, all’interno dell’avvocatura italiana, a sostenere che la gestione illecita del potere e della rappresentanza, nell’Ordine degli Avvocati, non sia figlia di elementi disgiunti tra di loro, ma faccia parte di un unico sistema, avente finalità chiaramente eversive, volte a consentire agli esponenti della Cosa Nostra Forense di detenere il potere, traendo da tale potere utilità personali, economiche, politiche, professionali, dirette e mediate.

Questa accusa mi ha posto su un piano diverso rispetto ad ogni altro avvocato italiano, esponendomi alle ritorsioni del sistema, che finge di rappresentare la degenerazione dell’Ordine Forense come una serie di accidenti, di fortuiti, e tiene ben saldi nei ruoli di comando gli esponenti apicali di tale “sistema”, con una serie di giravolte, espedienti, ripescaggi e riciclaggi, che mirano in sostanza a consentire la gestione del potere interno alle istituzioni forensi sempre alle stesse persone.

Recentemente anche altri professionisti si stanno ponendo il tema della reiterazione degli incarichi, all’interno sia degli Ordini, sia delle Casse di Previdenza private. Il richiamo alla sentenza n. 173/2019 Corte Cost., che estende con chiarezza il principio del limite del doppio mandato a tutti gli Ordinamenti professionali, pone infatti problemi rispetto a quelle Casse di Previdenza, pur sempre estensioni degli Ordini professionali di competenza, che tengono all’interno dei propri board soggetti con alle spalle più di due mandati svolti. Le asimmetrie di potere che derivano da questa perenne occupazione del potere, da parte di chi spaccia il proprio ruolo come opera di carità e volontariato nei confronti dei propri iscritti, è al centro di una vicenda politica e sociale che non può essere contenuta negli angusti ambiti del diritto penale, ma che genera la reazione del sistema, nei confronti dei singoli esponenti degli Ordini che denunciano tale “sistema”.

Quando dunque ho coniato l’espressione “Cosa Nostra Forense”, molti anni fa, accusando i componenti del “sistema” di essere mafiosi, ovvero inseriti in questo meccanismo di gestione illecita del potere, avente come finalità il potere stesso, ho dovuto fronteggiare due avversari: i miei nemici, forti di un potere che erano e sono determinati a difendere, ad ogni costo ed a qualsiasi prezzo, e l’Ordinamento italiano, assai timido, per non dire omertoso, quando si tratta di prendere le parti di chi denuncia il malaffare, a meno che non si tratti di personaggi con la lupara, la giacca di velluto, e qualche ergastolo definitivo, per strage e traffico di stupefacenti.

Eppure le mafie non sono questo. Non lo sono mai state ed a maggior ragione non lo sono oggi, in un contesto in cui la natura immateriale e sfuggente del potere costruisce strategie sempre nuove per annidarsi nella società, spingendo molti autorevoli studiosi dei fenomeni mafiosi a parlare di mafie legali e paralegali.

Il problema è tutto qui: esistono in Italia innumerevoli fenomeni legali e paralegali, capaci di generare clan, sistemi, gruppi di potere illecito e particolaristico, connotati da capacità di coercizione, intimidazione e minaccia del dissenso, che naturalmente non fanno più leva sulle strategie militari e armate per imporsi. L’evoluzione di questi sistemi è giunta a far dire a Sebastiano Ardita, autorevole magistrato, esperto dei fenomeni mafiosi presenti nella provincia di Catania, che oggi il concetto di “concorso esterno” all’associazione mafiosa, in moltissimi casi, potrebbe tranquillamente essere rivisto: non sono i politici, gli imprenditori, i tecnici e i professionisti ad essere estranei ai sodalizi di gestione del potere, a fiancheggiare le cosche armate, bensì il contrario. Sono cioè i killer, i picchiatori, i criminali colpevoli delle strategie di minaccia violenta, ad essere spesso assoldati da mafiosi del tutto insospettabili, inseriti con pieno riconoscimento sociale nel contesto più popolare e “nobile” del luogo in cui operano. Una mafia che non è più nemmeno lontana parente della “Cosa Nostra” di Salvatore Riina, dei “viddani”, incolti e violenti, ma che ha saputo diventare altro, affinando sempre più la propria capacità di sparire ai radar dell’antimafia, senza perdere la connotazione principale di ogni Cosa Nostra: quella di garantire ai suoi appartenenti utilità personali, particolari, in ragione dei legami di affiliazione associativa, in spregio delle regole, delle leggi, della concorrenza legale alle utilità proprie di posizioni sociali di prestigio, o anche di cariche pubbliche, esse stesse fonte di ricchezza, potere e nuovi legami familistici e clientelari.

Denunciare tutto questo in Italia ha un prezzo molto alto. Non ci sono processi penali giunti a sentenza definitiva, che consentono di additare i responsabili dei “sistemi” alla pubblica opinione, contribuendo ad affievolirne o metterne in discussione lo strapotere. Spesso i legami e le violazioni che consentono a questi esponenti di essere all’apice delle proprie cordate sono in parte legali o paralegali, godono di consensi acquisiti per mezzo di quello stesso potere, comprano impunità per mezzo dell’elargizione di utilità ai propri sostenitori. E’ la mafia “democratica”, decorosa e ricca di consensi, quella che si sostituisce allo Stato, o meglio, che si confonde con lo Stato, facendo della propria forza, del proprio strapotere, la legittimazione che zittisce chiunque punti il dito contro i meccanismi illegittimi che lo consentono.

Le querele, le richieste di risarcimento del danno, i procedimenti disciplinari, che molti professionisti ostili ai “sistemi” stanno ricevendo negli ultimi anni, non sono dunque un fenomeno da analizzare seguendo la portata letterale delle singole parole contestate dai padrini delle varie “Cose Nostre”. E’ ovvio, scontato, facilmente riconoscibile, e riconosciuto dagli stessi esponenti di questi “sistemi”, che il termine “mafia”, quando è usato nei confronti di questi comitati d’affari, non è in alcun modo equiparabile a quello che indicava, fino a pochi anni fa, l’associazione criminale che trovò il proprio apice nella sanguinosa lotta allo Stato, incarnata nell’immaginario collettivo del nostro paese dalla sanguinaria e feroce figura di Totò Riina, “la belva”, come pure era noto ai suoi conoscenti.

Di recente questo problema, quello che tocca le SLAPP, ovvero le azioni intimidatorie intentate dal potere che travalica i propri limiti, nei confronti di chi lo denuncia, ha trovato una qualche attenzione dall’Unione Europea, e persino in Italia si sta finalmente discutendo di tutela per chi denuncia, in ragione delle evidenti asimmetrie di mezzi che mettono il cittadino di fronte a sistemi che usano denaro, apparati, strutture legali, reiterazione delle azioni processuali, non solo come strumenti che mirano ad annientare, personalmente, professionalmente ed economicamente i propri oppositori, ma che siano in grado di intimidire tutti gli altri appartenenti al contesto in cui avviene la denuncia. Le SLAPP in altri termini servono a dire a chiunque osi combattere lo strapotere del potere: “non ci provate, non tentate di mettere in discussione i meccanismi che mi consentono di vincere le mie partite truccate. Il potere è mio, e guai a chi me lo tocca”.

Negli ultimi anni, in ragione di queste mie battaglie contro la Cosa Nostra Forense, ho spesso ricevuto – e continuo a ricevere – azioni di questo tipo. La “fictio” che si tenta di rappresentare ai magistrati e ai giudici della mia deontologia è risibile: si afferma che io accusi gli esponenti della Cosa Nostra Forense di essere “mafiosi”, ovvero appartenenti alla Cosa Nostra siciliana. Un’accusa che farebbe ridere qualsiasi cittadino dotato di senso comune, ma che viene strumentalmente portata avanti da chi ha l’interesse a negare che il proprio potere, la propria occupazione di ruoli all’interno delle istituzioni forensi, sia figlia delle regole dei clan e del “sistema”, piuttosto che dell’immenso valore intellettuale dei decorosi martiri dello spirito di servizio.

Questa battaglia a mio parere merita di essere combattuta. Se i cittadini italiani vogliono giungere ad un nuovo rapporto tra singolo cittadino e potere, in tutti i contesti in cui l’appartenenza ai “sistemi” di potere genera asimmetrie di fatto incompatibili con una piena contendibilità della rappresentanza democratica, occorre porre all’attenzione dell’autorità giudiziaria questa fenomenologia, corredandola delle sentenze emesse dalle magistrature superiori che analizzano il fenomeno, rischiando che l’inadeguatezza e l’incompletezza del Codice Penal espongano chi denuncia alle ritorsioni del “sistema”. A mio parere questa è una battaglia che un avvocato dovrebbe combattere, perché riuscire a portarla a termine vittoriosamente, consentirebbe ai cittadini italiani di essere finalmente più liberi nei confronti dello strapotere del potere, guadagnando una società più mobile, meno legata ai meccanismi familistici che oggi opprimono il nostro paese, impedendone un pieno sviluppo. Si tratta ovviamente di una lotta contro “menti raffinatissime” e contro uno Stato troppe volte amico dei potenti, più che dei cittadini, ma se un avvocato non combatte queste battaglie, che razza di avvocato è? Io sono fiero di battermi in questo senso, e condurrò questa lotta fino in fondo, pur consapevole dei rischi che corro, ma certo di fare il mio dovere, di avvocato e di cittadino.

Napoli, maggio 2020

Avv. Salvatore Lucignano