La degenerazione della politica, a qualsiasi livello, si manifesta attraverso la cosiddetta “democrazia della distanza”. I meccanismi che sorreggono l’acquisizione ed il mantenimento del potere si contrappongono a quelli che dovrebbero garantire controllo efficace ed effettivo sul suo utilizzo, sulle finalità per cui è detenuto, sulla contendibilità effettiva delle cariche e degli incarichi.

Mi sono già occupato in passato delle asimmetrie di potere, concetto che è stato cristallizzato nel nostro Ordinamento, in relazione alla Cosa Nostra Forense, dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 32781/2018. Ritengo che tali asimmetrie stiano da tempo dando luogo ad una sostanziale inservibilità dei meccanismi formali di rappresentanza, e che il cittadino italiano, sempre più abbandonato e distante dalla Cosa Pubblica, trovi nelle asimmetrie di potere della politica un ostacolo insormontabile alla sua partecipazione alle sorti dello Stato.

La funzione dei sistemi di selezione della rappresentanza dovrebbe essere quella di mettere ogni cittadino in condizione di concorrere alla costruzione di migliori sorti per lo Stato, sulla base esclusiva delle proprie capacità, senza che fattori di discriminazione possano generare una competizione distorta tra competenza ed incompetenza, o peggio, tra competenza ed acquiescenza ai meccanismi distorti del potere. La reiterazione dei mandati oltre un certo limite, che l’Ordinamento italiano individua ormai nel numero di due, e che andrebbe reso elemento strutturale del costante ricambio nei ruoli di servizio/potere, con una sua costituzionalizzazione, è solo uno degli ostacoli alla libera contendibilità delle cariche pubbliche, in condizioni di effettiva parità.

I corollari di queste asimmetrie sono molteplici, investono il ruolo dell’informazione, il denaro usato in politica, il dominio stratificato di apparati burocratici, a supporto di determinate cordate politiche, e tanto, tanto altro. Il taglio di ogni legame che genera asimmetrie di vantaggio tra “interni” ed esterni ai sistemi di potere, è oggi senza dubbio il tema dei temi, se si guarda alla credibilità ed alla funzionalità di qualsiasi struttura di rappresentanza oggi esistente in Italia. Eppure questo tema è una sorta di convitato di pietra, di grande assente dal dibattito parlamentare, impantanato su questioni di poco conto, legate allo strapotere dei politici, per lo più passati e non più in grado di dominare le sorti della società, presente e futura, ma assente nella costruzione di garanzie che le rendite di posizione non inquinino irrimediabilmente gli ingranaggi formali della democrazia.

Lo splendido isolamento che ricorre, ogni volta che un cittadino tenti di denunciare questa degenerazione sistemica, piuttosto che impiegare i propri talenti e le proprie energie per farne parte, è uno degli specchi, delle più lucide cartine di tornasole, in grado di offrire il corretto stato dell’arte.

Se i sistemi di avanzamento, sia nelle articolazioni pubbliche dello Stato, che nei suoi corpi intermedi, o financo nelle entità private che si rapportano e completano la vita pubblica, sono dominati da cooptazione, privilegi, discriminazioni verso l’indipendenza ed il merito, diventa chiaro che parlare di regole, di democrazia, di rappresentatività della rappresentanza, finisce con il connotarsi come un mero esercizio di stile.

Appare altresì davvero squallido che questo tema, che andrebbe affrontato dal Parlamento senza infingimenti o costanti scivolamenti partigiani, venga invece costantemente brandito dagli uni verso gli altri, a colpi di accuse sui minutaggi di presenza in Rai, sui giornali, o sui denari investiti nelle strategie di pervasività della propaganda socialica, capace di assumere negli ultimi tempi una forza di penetrazione sempre più importante per la formazione della pubblica opinione.

La costante eliminazione di momenti di confronto meritocratico, in ogni ambito della società italiana, a partire dalla scuola, in favore della pratica di strumenti selettivi inquinati dalla corruzione, dalla cooptazione e dalle asimmetrie di potere, mina alla radice la qualità e la credibilità dello Stato. In un contesto sociale in cui il potere genera potere, il denaro è in grado di accumulare altro denaro, troppo spesso in modo indipendente dal merito, non si può parlare di compiuta democrazia.

In un contesto sociale e politico in cui ciò che comanda, che ha soldi e potere, ha sempre ragione, diventa la narrazione dominante del buono e del bello, si assiste ad una nuova forma di razzismo, che colpisce e discrimina le persone libere, coloro che ripudiano i meccanismi della cooptazione e dell’omertà. La selezione avviene così in modo inverso, scegliendo i peggiori, i muti, i silenti, i conniventi, gli ignavi, e facendo della loro capacità di essere assolutamente innocui per ogni forma di malaffare un tratto in grado di generare “successo”, piuttosto che biasimo e fallimento. In un simile contesto, persino la funzione stessa degli organismi rappresentativi perde qualsiasi vocazione all’utilità collettiva. Essi diventano piuttosto i contesti in cui i riti tribali tra introdotti, capaci di generare nuovi vincoli, trasversali anche alle divisioni di facciata, tengono tutti insieme coloro che sono all’interno, consentendogli di fare squadra contro ogni contaminazione esterna. E’ il potere, che uniforma e fidelizza tutti, relegando il confronto sui temi di merito a mero sfondo, a rappresentazione fittizia, che non scalfisce il fine ultimo dell’agire del rappresentante, teso inevitabilmente a consentire a se stesso di rimanere all’interno dei consessi che offrono potere.

Questo tradimento del senso stesso delle strutture sociali, questo avvelenamento dei pozzi della vera vita democratica del paese, è il centro di tutti i collassi del nostro Stato. Il declino dell’Italia affonda le sue radici nel familismo amorale, nell’ascensore sociale bloccato, nel prevalere delle mediocrazie, nella costante estromissione dei cittadini liberi e meritevoli dai sistemi di governo della Cosa Pubblica. O si pone questo tema al centro della rinascita democratica del nostro paese, o non ci sarà modo di invertirne il declino.

Napoli, maggio 2020

Avv. Salvatore Lucignano