La mafia oggi: un universo che trova ampio riscontro nelle analisi e nelle denunce di parte della società italiana, ormai capace di vedere nelle mafie un elemento multiforme, mutevole, non ancorato ai segni distintivi della vecchia narrazione mafiosa. Le parole del di Marco Martani all’inaugurazione dell’anno giudiziario, a Brescia, ben descrivono la gravità e la pervasività dei moderni fenomeni mafiosi:

“Questi nuovi insediamenti criminali, rispetto alle storiche strutture mafiose”, ha spiegato Martani, “sembrano caratterizzate da un’estrema volatilità operativa, non ancorate necessariamente ad una precisa zona geografica e non strettamente interessate agli storici settori di interesse criminale delle relative case madri. Si assiste ad una inquietante liquidità gestionale ed operativa, come variabili e variegati appaiono gli assetti criminali che ne costituiscono il patrimonio”. Martani ha parlato di “una sorta di evoluzione in senso economico della presenza criminale, dove il fenomeno del commercio degli stupefacenti appare recessivo rispetto alle nuove frontiere costituite dai settori della ristorazione, del turismo, dell’edilizia e dell’ambiente: nuove società in grado di offrire tutta una serie di illeciti servizi a favore dei settori più spregiudicati dell’imprenditoria, che dall’illegalità pensano di poter trarre occasioni di sopravvivenza e profitto”. Un fenomeno che per il procuratore generale si può contrastare, ma bisogna agire in fretta “per evitare il suo radicamento prima che il grado di diffusione e penetrazione nella società abbia raggiunto livelli paragonabili a quelli di alcune delle zone di provenienza delle organizzazioni mafiose, in modo da impedire il degrado difficilmente reversibile del tessuto sociale e delle fondamenta stesse del vivere civile che si accompagna a questi fenomeni”.

Allo stesso tempo, le conclusioni della Commissione Parlamentare antimafia, redatte alla fine della XVII legislatura, tolgono ogni dubbio a chi vuole vedere nelle mafie italiane un fenomeno ancorato a vecchie visioni, ristrette e non più attuali.

La Commissione invita ad una riflessione complessiva sulle condizioni politiche, sociali ed economiche che favoriscono la genesi e la riproduzione delle mafie, sottolineando in particolare l’importanza di spezzare l’omertà e l’alleanza con l”area grigia”, recidendo i rapporti di complicità, anche attraverso una maggiore responsabilizzazione degli ordini professionali e delle imprese affinchè sviluppino al loro interno adeguati anticorpi ed evitino così il rischio di essere coinvolti in fatti di mafia o in schemi di riciclaggio di proventi Illeciti. “Le degenerazioni permanenti di politica e di economia (clientela, corruzione e opacità dei mercati) vanno combattute se si vogliono combattere le mafie perché esse, in un momento di restringimento delle basi sociali delle mafie, hanno consentito un allargamento del metodo mafioso fuori dai confini criminali”.

Un rapporto, quello conclusivo della Commissione bicamerale antimafia, che ha accertato, una volta di più, come la restrizione dei fenomeni mafiosi agli ambiti definiti “classici”, ovvero militari e armati, possa essere ormai definita archeologia giuridica e sociale. Non è così che si presentano le mafie contemporanee e non è questa la cifra delle organizzazioni capaci di distogliere le finalità pubbliche dello Stato, piegandole ad interessi privati e particolaristici. In particolare, viene ormai messo nero su bianco che le mafie operanti in Italia hanno una presenza massiccia all’interno di sistemi legali e paralegali: economici, ordinistici, politici, finanziari, tecnici.

Se questa necessità di commistioni tra criminalità riconoscibile immediatamente come mafiosa e potere, in senso proprio e lato, è sempre stata una caratteristica necessaria allo sviluppo delle mafie, oggi la strategia dell’inabissamento ne fa forse l’elemento più pericoloso, sia perché questo allargamento dei metodi mafiosi oltre i confini percepiti immediatamente come criminali va a rafforzare legami devastanti tra legalità ed illegalità, sia perché, quando le mafie si fanno legalità, quando escono dalla immediata e palese illegalità, lo Stato perde la capacità (e spesso la volontà) di combatterle.

In particolare, quando il condizionamento di logiche mafiose arriva a permeare apparati fondamentali per la vita dello Stato, costruendo mediocrazie clientelari, che vanno a sostituire la progressione meritocratica, si generano sistemi di inquinamento persino dei presidi che dovrebbero essere posti a tutela della libertà, dell’efficienza e dell’imparzialità della pubblica amministrazione. E’ per questo che l’analisi più seria delle degenerazioni mafiose analizza anche la corruzione, il clientelismo, la mediocrazia, come parti della strategia usata dal crimine organizzato per attaccare finalità e funzionamento dello Stato.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/05/16/csm-sabella-la-logica-correntizia-e-una-ignominia-e-va-cancellata-le-correnti-non-devono-piu-condizionare-la-magistratura/5804119/

Non è un caso dunque che anche le degenerazioni politiche della magistratura siano al centro di una profonda critica da parte di chi intende offrire allo Stato tutti i migliori mezzi per contrastare fenomeni di connivenza tra legalità ed illegalità. Le recenti parole del magistrato Alfonso Sabella, in forza al Tribunale del riesame di Napoli, sono solo l’ultimo tassello che fotografa la decadenza anche della magistratura, con inevitabili ricadute per la credibilità dello Stato:

Mi dispiace dissentire da una persona che stimo tantissimo, che è il mio collega Davigo, là dove dice che la differenza fra politica e magistratura è che la magistratura è scelta per competenza e la politica per rappresentatività. Davigo dice una cosa assolutamente non vera perché è lo stesso anche per noi, anche noi siamo scelti per rappresentatività e non per competenza

Sabella continua a denunciare dall’interno un sistema che, provocatoriamente, potremmo definire quel “regno degli imbecilli” attribuito al pensiero di Paolo Borsellino, magistrato ucciso da Cosa Nostra, che in più interventi, in vita, ebbe modo di criticare le logiche correntizie, non meritocratiche, ed in definitiva amiche e contigue delle espressioni mafiose, presenti all’interno della magistratura italiana, ai massimi livelli.

E’ per questo che oggi, relegata forse al passato la stagione stragista, fatta di attentati dinamitardi ed omicidi eccellenti, le mafie italiane hanno perduto la connotazione a cui è stato destinato il maggiore biasimo sociale, diventando ancora più invasive, facendo leva su un’identità liquida, profondamente flessibile ai meccanismi “normali” della società.

L’effetto ultimo di questo progressivo inabissamento è la proliferazione delle “Cose Nostre”, il progressivo allontanamento dei cittadini onesti dalla Cosa Pubblica, l’instaurazione di un regime politico in cui gli elementi formali dello Stato non vengono sovvertiti da alcun cambiamento visibile, ma di fatto vengono deviati, costruendo una dittatura morbida, quella dei mediocri, dei disonesti e dei corrotti.

Per contrastare efficacemente questa degenerazione dello Stato, sarebbe necessaria una profonda rivisitazione dei suoi elementi strutturali, all’insegna della trasparenza, della meritocrazia e dell’alternanza. Tutta la società italiana appare oggi profondamente decadente, avendo introiettato, in modo quasi endemico, e per certi aspetti irriformabile, la degenerazione dell’ingiustizia, come elemento centrale della propria architettura. Nessun ambito sembra esserne estraneo: la politica e i partiti; la magistatura; gli Ordini Professionali; l’economia e la finanza; l’università, e a volte persino la scuola dei gradi inferiori; la pubblica amministrazione; la televisione e la stampa; lo sport professionistico, ecc. ecc.

In particolare, appare indispensabile ed urgente una severa analisi dei legami inscindibili tra società e criminalità mafiose, perché si comprenda che i “metodi” delle mafie non sono più legati (solo) o in prima battuta alla violenza armata, ma sanno reinventarsi, con abilità camaleontica, ed operare condizionamenti dell’andamento della società riconducibili sicuramente alla logica della “Cosa Nostra”, ma non più identificati dalla pistola, dalla lupara o dalla dinamite.

Il “metodo mafioso” e l’alleanza con l’”area grigia”. In questo contesto di profonde trasformazioni della criminalità organizzata, si registra anche un’evoluzione del “metodo mafioso”: c’è un minore ricorso alla violenza, esercitata o minacciata (ad eccezione della camorra napoletana) per favorire invece relazioni di scambio e collusioni nei mercati legali, utilizzando “la disponibilità degli imprenditori ad entrare in relazioni con i mafiosi pur sapendo con chi hanno a che fare, sulla base di semplici valutazioni di convenienza” e di competitività delle loro aziende. “Emblematico in tal senso è il reinvestimento dei proventi illeciti nell’economia pubblica, dove le mafie prediligono il ricorso sistematico alla corruzione per facilitare l’infiltrazione negli appalti e nei sub-appaltI”.

Il rapporto tra mafie e pubblico, tra mafie e società, non può in alcun modo essere impedito da un approccio retorico e obsoleto a ciò che è mafia. Solo accettando una definizione più ampia di “Cosa Nostra”, si può aiutare l’Italia a ritrovare credibilità, agli occhi dei cittadini e del mondo, recuperando mobilità sociale, meritocrazia ed effettività degli istituti giuridici posti a tutela dello Stato democratico.

Napoli, maggio 2020

Avv. Salvatore Lucignano