Ho sempre messo in guardia me stesso dal divenire cantore dell’esistente, facendo di una morbosa osservazione di ciò che è, un’attività priva di declinazioni fattive e propositive. E’ per questo che non provo più a fare propaganda politica all’interno dell’avvocatura italiana, ma mi limito a qualche sortita sporadica, in spazi rigidamente personali o associativi, consapevole che si tratta più di testimonianze utili al futuro che di riflessioni capaci di mutare il presente.

Nel corso di questi sei anni di guerra alla Cosa Nostra Forense ho avuto modo di riflettere su tutto quanto è accaduto in Italia all’interno della professione forense, ed alla fine ho maturato una consapevolezza estrema sulla impossibilità di questo corpo informe di riformarsi dall’interno. E’ qualcosa di molto diverso dalla strafottenza o dalla rassegnazione: è una presa d’atto, un’analisi, che affida al tempo e alla decadenza che verrà quei mutamenti violenti necessari a generare una nuova avvocatura, finalmente trasformata, radicale e democratica.

Sotto questo punto di vista il COVID è stato un fattore illuminante, pur nella sua tragicità. Questa pandemia ha squarciato tutti i veli ipocriti che avvolgevano le piaghe purulente della giurisdizione, mostrando giudici e burocrati infingardi e sonnolenti, avvocati affamati e privi di qualsiasi guida credibile, meccanismi processuali arcaici, irrazionali, incapaci di essere adeguati alla contemporaneità senza una visione sistemica, innovativa, coraggiosa e rivoluzionaria della fenomenologia giurisdizionale. Per certi versi questa catastrofe ha mostrato più verità di quanta gli avvocati italiani abbiano mai voluto vedere in questi anni, chiusi nei rituali tribali dei loro Ordini, nelle esaltazioni polverose dei miti e dei totem dei bei tempi andati. Un mondo vecchio, decadente, totalmente mancante di personalità capaci di porsi come catalizzatori per una palingenesi, ripiegato su se stesso e sulle proprie nequizie.

Il blocco generalizzato della giustizia è stato un ulteriore alibi. Doveva essere la molla per proporsi alla società e alla politica con rinnovato spirito, affinché i cittadini italiani tornassero a vedere negli avvocati, posto che ciò sia mai accaduto, un riferimento morale. Non è accaduto nulla di tutto ciò. Le nostre bulimiche assemblee rappresentative hanno continuato nel loro sterile e penoso giro di balli, tavoli, incontri, conciliaboli, senza partorire una sola idea degna di guidare la giurisdizione dei prossimi 10 anni. Nel mentre, le contraddizioni di una professione implosa da tempo, sotto il peso del malaffare, della povertà e del compromesso con la criminalità, hanno letteralmente fatto a pezzi quel residuo di credibilità utilizzata da qualcuno per vendere un’immagine decorosa e nobile, che di fatto da tempo nessuno ci riconosce o accorda.

La corsa disperata ai sussidi, lo scoramento e i piagnistei pubblici, per somme anche minime, hanno testimoniato di una categoria ridotta ai minimi termini, bisognosa di oboli caritatevoli, senza forze, né speranze. Tutto l’oro che si intendeva mostrare è stato spazzato via dalla forza dirompente della verità, che ha detto di una classe forense fatta a pezzi dal blocco delle attività processuali, senza nulla a cui aggrapparsi.

Tuto è dunque perduto, in primo luogo l’onore. Rimane un futuro che oggi non si capisce come possa essere scritto, ma che si intuisce sarà figlio della miseria e della disperazione, e non certo di una guida razionale, etica o politica, idonea a ciò che dovrebbe essere la nostra professione.

Napoli, 24 maggio 2020

Avv. Salvatore Lucignano