Parafrasando la mitologia cinematografica italiana, mia fedele compagna, nelle vicende della vita, ed anche ovviamente dell’analisi professionale, potrei rappresentare questa scena: le istituzioni forensi italiane, nelle vesti di Giorgio Perozzi, e l’avvocatura italiana in quelle di Lucianino, il suo puntuto figliolo. Il dialogo sarebbe questo:

Istituzioni – “Visto avvocatini, le vostre istituzioni hanno fatto tutto quello che potevano fare…”

Avvocati italiani – “Cioè nulla…”

Ammetto che potremmo fermarci anche qui, ma per proseguire nella simpatica tradizione che ci vede scambiarci opinioni, un pò come quella portata avanti dal sunnominato Perozzi, che soleva indulgere in convegni amorosi con una bella fornaia, passando poi a prendere i cornetti caldi dal di lei marito, mi dilungo e particolareggio la scabrosa vicenda.

Lo stallo e l’abbandono vissuto dagli avvocati italiani in questi mesi, la totale assenza di riferimenti interni alle istituzioni apicali della nostra professione, sono sicuramente il punto più basso mai toccato dalla classe forense italiana. Attenzione: ciò vale fino ad ora, perché sono personalmente certo che gli occupanti dei sacri scranni possano e potranno fare ancora molto, ma molto peggio di così.

Lo sfascio è totale. Il bisogno di lavorare della macchina ipertrofica chiamata “avvocatura italiana” vive punte di dramma e di farsa, intrecciate tra di loro in modo spesso inestricabile. Gli elettori dei componenti della Cosa Nostra Forense inneggiano alla rivolta, ma non si capisce bene contro chi, o contro cosa, visto che i loro rappresentanti sono esattamente quelli votati nelle urne, decorosamente ed ossequiosamente. Si è insomma realizzato quel corto circuito che noi di ARDE avevamo descritto da tempo: quello in cui ad una casta di rappresentanti onnipotenti all’interno dell’avvocatura fa da contraltare l’assoluta impotenza di tale consorteria, all’esterno della stessa. Nei giorni scorsi ho sommariamente descritto lo stato dell’arte, ma le pittoresche evoluzioni dei nostri rappresentanti meritano qualche sapido aggiornamento periodico, se non altro per sublimare la tragedia e riderne, magari istericamente, prima di ripiombare nella depressione.

In questo senso mi fa sorridere l’esito di una trasmissione organizzata proprio dalla nostra associazione, qualche sera fa, in cui ho osato perdere 25, 26 secondi, per abbozzare 10 proposte concrete, volte al rilancio della giurisdizione tramite il rafforzamento concreto delle prerogative, funzionali ed economiche, dell’avvocato, all’interno del processo. I colleghi con cui ci confrontavamo mi hanno detto che erano proposte belle, bellissime, praticamente irrealizzabili (e scusate se, invece di atteggiare le labbra al torvo, come mio fratello Ismaele prima di andare a balene, io le increspo in un sorriso beffardo).

Ogni giorno gli avvocati che hanno voglia o bisogno di lavorare si trovano al cospetto di una giustizia che è, a tutti gli effetti, la cenerentola dello Stato, distante anni luce da una vera ripresa delle attività, vittima di un’inagibilità che nessuno ammette, ma che aleggia, come un convitato di pietra, sul capo di tutti noi. Cittadini, imprese, diritti, interessi: tutto è oggi fermato, sospeso, come in un attimo immobile, che mostri l’atleta, proteso nel vano sforzo di completare la falcata, che la fotografia ritratta non mostrerà mai. Il tempo si è fermato, il paese di allontana dall’idea stessa di giurisdizione necessaria, e tutti o molti miei colleghi si lamentano. Già, ma contro cosa, o contro chi?

Contro il governo, contro il Ministro, abbiamo Saturno contro… siamo sfortunati… così non si può andare avanti…

Quando leggo le migliaia di sfoghi dei colleghi, nei gruppi di avvocati in cui si esprimono, raramente noto un orientamento ragionevole, nel tiro al bersaglio che viene rappresentato. Essi sembrano sopravvivere in una sorta di eterno presente, senza passato, né antecedenti, senza storia e memoria. Mai come oggi dovrebbero pretendere l’azzeramento delle istituzioni forensi italiane, letteralmente incapaci di avere con la politica la benché minima e proficua interlocuzione, ma continuano a farsi condurre al macello, belanti, straziate, disfatte, da coloro che ne hanno favorito la mattanza.

In uno dei miei precedenti articoli, o forse post socialici, non ricordo, ho parlato diffusamente di “etica della responsabilità”. Ho dichiarato, e l’ho fatto in molte occasioni, che un rappresentante, dinanzi al racconto della propria inutilità, non possa restare inerte, occupando un ruolo da lui stesso riconosciuto inservibile. Se questo mantra vale sempre, vale a maggior ragione per l’avvocatura italiana dei nostri giorni, dove nessuno conta nulla, può nulla, sa nulla, facendo perdere di qualsiasi senso il concetto di rappresentatività e funzionalità della rappresentanza politica.

Le mie ovviamente sono osservazioni da osservatore. Nell’affrontare i problemi dell’oggi io non mi pongo in un’ottica priva di memoria, né sono tanto sfuocato, nella comprensione dei destini umani, da ipotizzare che il domani possa figliare da un concepimento istantaneo, venuto al mondo un attimo prima del parto. Non funziona così, in natura, nella vita, nel nostro universo, ed a giusta ragione, non funziona così neanche per l’avvocatura e la giurisdizione.

Proietto con calma il disfacimento di una rappresentanza forense inetta, inadeguata, vile nell’analizzare le proprie mostruose falle, e guardo le pecore, che continuano, con gli occhi sbarrati, a rivolgersi ai propri aguzzini. Troppo stupide per capire e cambiare idea, troppo vigliacche per accettare il prezzo di un ripensamento dell’organizzazione politica della nostra professione, troppo morte, decisamente troppo morte, per sperare di rimanere vive.

Napoli, 25 maggio 2020

Avv. Salvatore Lucignano