Quale avvocato non ha seguito con partecipazione e desiderio di immedesimazione le gesta di Joseph (Joe) Miller, l’avvocato che segue Andrew Beckett, licenziato ingiustamente dalla migliore law firm di Philadelphia, perché malato di AIDS? Il film è un capolavoro, uno di quelli che tratta da vicino anche il tema del ruolo dell’avvocato, ed offre molti spunti di riflessione che vanno al di là del recinto della fictio cinematografica.

Dall’eterno riferimento all’avversione generalizzata dei cittadini verso la nostra figura, riassunta dalla citazione di una storiella, probabilmente attribuibile a William Shakespeare, che gli avvocati si raccontano ridendo: quella sui mille avvocati legati in fondo al mare che sarebbero un “buon inizio”, fino all’amore di Andrew per la sensazione che l’avvocato prova quando, seppur per brevi attimi, riesce a sentirsi strumento di giustizia, Philadelphia è a mio parere uno dei film più interessanti, per quanto attiene alla descrizione di un’avvocatura possibile.

In quest’opera c’è ovviamente il tema della discriminazione a giganteggiare, ma è un altro l’aspetto che colpisce l’operatore del settore legale, quello rimarcato da Joe, interpretato da Denzel Washington, nel momento in cui un cliente danneggiato gli propone una causa. Joe, nell’indirizzarlo alla sua segretaria, gli dice, con sicurezza:

come sapete non prendiamo soldi se non otteniamo soldi per voi…

Certo, lo spettatore medio rimane forse indifferente a questo dettaglio del personaggio, sicuramente molto marginale, rispetto alla tematica centrale del film, eppure io sono restato assai colpito da questo personaggio, così positivo, capace di vincere i suoi stessi pregiudizi e il suo ribrezzo verso gli omosessuali, perché attratto dall’ingiustizia subita da Andrew, ed allo stesso tempo in grado di ficcare i suoi biglietti da visita in mano a persone allettate o sedute su una sedia a rotelle, per propagandare se stesso e i propri servigi legali, stabilendo un accordo che in Italia probabilmente verrebbe ritenuto “indecoroso” dalla pletora di morti di fame iscritti all’Ordine degli Avvocati: quello che lega i compensi del legale esclusivamente al risarcimento ottenuto per il cliente.

In quella figura ci sono proabilmente almeno un paio di violazioni del nostro “codice deontologico”: quella legata alle modalità di accaparramento di clientela e quella che non lega il compenso ai mezzi impiegati, ma allo scopo raggiunto, eppure in quella figura, certo idealizzata dal film, c’è anche una concezione di cui gli avvocati italiani avrebbero disperato bisogno: quella che fa dell’avvocato un alleato del cliente, capace di godere con lui dei propri successi, e disposto a condividere con lui le proprie sconfitte, attraverso la rinuncia ai propri onorari.

Tutta questa lunga premessa non vuole essere la divagazione irrealistica di chi si propone di confondere la realtà con la finzione scenica. Ritengo davvero che una delle ragioni della scomparsa degli avvocati italiani da qualsiasi riconoscimento sociale, al di là delle pietose richieste di “riconoscimento” del proprio ruolo, derivi dalla nostra incapacità di costruire un’alleanza nuova e feconda con i nostri clienti, basata su elementi che l’avvocatura italiana, negli anni, ha non solo dimenticato, ma costantemente sovvertito e sommerso, attratta dal proprio ombelico e dalla propria ottusa visione “autocentrica”.

Per riuscire ad affidare agli italiani un’immagine meritevole della loro stima, noi avvocati dovevamo erigere un Ordine che ripudiasse i soldi ad ogni costo, che proponesse al cittadino una “compliance” effettiva, basata su una vera e tangibile condivisione delle sorti delle cause a noi affidate. Dovevamo avere la forza di rinunciare ad una visione sempre improntata alla difesa della lite possibile, per perorare con forza modelli di risoluzione delle controversie incentrate sul ruolo di problem solving del giureconsulto. Dovevamo, o meglio, avremmo dovuto, disdegnare ed abbandonare una giurisdizione pubblica statale ridotta ormai a fatiscente strumento di amministrazione giudiziaria solo immaginaria, formale, del tutto inutile per i concreti interessi dei nostri assistiti.

Avremmo dovuto batterci per una giustizia celere, efficace, giusta, effettiva, ma abbiamo fallito, osservando, inerti e complici, l’enorme aumento del numero di iscritti all’Ordine, la degenerazione corruttiva di larga parte del fenomeno processuale, lo svilimento dei mezzi previsti dall’ordinamento per la tutela dei diritti, e l’assoluta inaccettabilità, per la loro indegna inconsistenza, di quelli approntati per difendere gli interessi.

Noi avvocati italiani abbiamo fatto questo ed anche peggio: abbiamo aiutato uno Stato vigliacco e colpevole di denegata giustizia, costruendo per legge la figura di un avvocato di massa “diminuito”, pronto ad essere progressivamente espulso dall’Ordine per fame, vittima di un rapporto di sudditanza rispetto alle pretese di gratuità imposteci da una sempre maggiore fetta della nostra clientela. Abbiamo reciso gli istituti che potevano offrirci la possibilità di costruire una compliance tariffaria, abbiamo realizzato un corpo professionale pesante, molle, senza spina dosrsale, buono a nulla e dunque sostanzialmente capace di qualsiasi nefandezza pur di sopravvivere, tra espedienti, miserie, elemosine, furtarelli e continue liti, anche con i clienti, figlie di un legame fiduciario sprovvisto ab origine dei mezzi per essere serio ed effettivo.

Tornando all’immaginazione, nell’anno del Signore 2020, non posso negare di sentire più attrazione verso la figura di Joe Miller, intento a dare bigliettini da visita a chiunque incontri per strada, e capace allo stesso tempo di sfidare la giurisdizione, chiedendo soldi solo in caso di vittoria, che all’avvocato erectus italicus. Un avvocato che parla di obbligazione di mezzi, in ogni caso, che non potrebbe pubblicizzare il suo operato in modo efficace, che non può costruire con i suoi clienti una sinergia che sfoci in un’opera davvero funzionale ai loro interessi.

Questa nostra professione, così lontana dai fasti dell’utilità possibile, è oggi quanto di più lontano possa esserci da ciò che mi sarebbe piaciuto fosse stata. L’ho già detto e scritto infinite volte, ma mi piace affidare ancora una volta alla carta elettronica questa riflessione bislacca. Mi piace tornare a sognare i leoni.

Napoli, 25 maggio 2020

Avv. Salvatore Lucignano