L’annuncio fatto ieri da Nunzio Luciano, nel corso della diretta organizzata dall’Avv. Antonello Spada, ha avuto scarsa eco nell’avvocatura, disfatta da una giustizia che non riparte e dal bisogno urgente di tornare al proprio lavoro. Eppure aver dichiarato che la Cassa, nel giro di cinque o sei mesi, intende adottare un sistema “a doppio binario”, che consenta agli avvocati, soprattutto i più poveri, di versare contributi sostenibili, e non più di sottostare a dei minimi “imposti”, indipendentemente dal reddito, chiude di fatto il cerchio aperto dall’art. 21 della L. n. 247/2012, certificandone il colossale fallimento.Luciano ha parlato di venire incontro a questa pressante richiesta ammonendo chi, a suo parere, non vorrebbe “pensare al futuro”. Sbagliato. Anche questa valutazione è fuori dalla realtà. Chiedere contributi sostenibili non è un atto da cicale, quanto piuttosto una necessità impellente, volta a ridurre i costi fissi legati all’esercizio di una professione che, per moltissimi colleghi, non frutta, o non frutta abbastanza. L’alternativa non sarebbe “costruirsi una pensione adeguata”, come continua a dire l’ente previdenziale, ma la cancellazione dall’albo, per impossibilità di sostentamento presente, con relativo accumulo di morosità, circa i contributi obbligatori.
Rimane ora solo un grande vuoto, una distanza enorme tra Cassa Forense e la base dell’avvocatura, acuita da comportamenti ed atteggiamenti di mostruosa miopia politica. Per molti anni, quando indicavamo alla Cassa Forense l’indifferibilità e l’inevitabilità dell’abolizione dei minimi slegati dal reddito, ci siamo sentiti rispondere che non capivamo. Ancora ieri qualche membro del CdA, che evidentemente vive in un mondo tutto suo, voleva “spiegarci” cose che non solo conosciamo molto meglio di lui, ma che viviamo sulla nostra pelle. Un atteggiamento dunque paternalistico, sordo e cieco rispetto alle rivendicazioni, che ha inaugurato una stagione di rapporti ovviamente conflittuali, contribuendo a distruggere qualsiasi dialogo e confronto possibile.
La scelta di abolire i minimi, seppure tardiva, subita, e dunque figlia del COVID, più che della capacità del CdA di Cassa di leggere la realtà e l’avvocatura, imporrebbe all’ente anche una gigantesca operazione di recupero del rapporto con i suoi iscritti. Ai tentativi di “spiegare” va sostituito il dovere di farsi spiegare; alla derisione deve sostituirsi la comprensione; all’affermazione delle proprie idee deve affiancarsi la capacità di cogliere quelle che provengono dal basso.Cassa Forense ha oggi una duplice occasione: fare finalmente giustizia, sul piano della contribuzione insostenibile, e rivoluzionare il proprio modo di rapportarsi agli iscritti, inaugurando una stagione nuova, che si lasci alle spalle tutti gli enormi errori, di contegno, di contenuto e di comunicazione, compiuti in questi anni. Il CdA avrà l’umiltà di capirlo? Io lo spero.

Napoli, 6 giugno 2020

Avv. Salvatore Lucignano