Il bilancio sull’operato di Dj Fofò al Ministero della giustizia, in merito all’emergenza COVID, può essere fatto serenamente. In genere, quando devo valutare fatti politici complessi, mi prendo tempo, lascio diradare la polvere, cerco di far sedimentare i messaggi bulimici, cazzoidi e confusi della contemporaneità, per acquisire quella necessaria distanza, unita al distacco, capaci di darmi una visione lucida di ciò che intendo analizzare.

Nel caso del nostro Dj, al 10 giugno 2020, la catastrofe è talmente totale, da potermi consentire un bilancio inappellabile, senza dover attendere oltre.

Partendo dall’inizio, il subministro ha immediatamente fatto di vedere di che pasta (frolla) fosse fatto, declinando qualsiasi decisione in materia di fermo o prosecuzione delle attività giudiziarie, e demandando tali decisioni ai satrapi assisi ai vertici degli uffici giudiziari del paese. Una scelta devastante, che ha portato, con l’incompetente connivenza dell’avvocatura dei singoli feudi ordinistici, al proliferare di oltre 200 (dico 200) protocolli territoriali, per il funzionamento delle udienze, creando una nuova selva di “fonti” del diritto procedurale, in un paese che già crolla, sotto il peso della bulimia normativa.

Non contento di essersi mostrato totalmente succube della magistratura, incapace ed impalpabile nel dettare una linea, Fofò è andato oltre. La sua figura, la sua azione, nel campo delle linee che dovrebbero consentire di superare la bulimia disfunzionale del processo pubblico statale italico, sono state il nulla più totale. Niente sul piano delle innovazioni sistemiche, capaci di implementare efficacia ed efficienza. Nulla sul piano della difesa dei percorsi di riassorbimento della bulimia dell’avvocatura, mediante l’offerta di un progetto di riforma della professione forense, capace di dare, da un lato, nuove ed imprescindibili alternative reddituali al contenzioso, e dall’altro di avviare in Italia un serio modello giurisdzionale collaborativo, non fondato sull’obbligatorietà del quarto grado di giudizio, le famose “alternative” Dispute ecc. ecc., che in Italia, unico paese al mondo, “alternative” non sono, perché sono obbligatorie, preliminari, ed ovviamente inutili, al fine di razionalizzare la giustizia statale.

Il lettore, il cittadino, il giurista, potrebbe dire che già basti, ma Alfonsino, novello Icaro, voleva volare ancora più in alto, sempre più in alto, ed allora ha ben pensato, durante la pandemia, di dimenticare totalmente la comunicazione e/o l’azione nel campo della gestione del personale di cancelleria, beneficiario di una nuova forma di “smart working”, ovvero l’holiday working, consistente nello stare a casa, percependo lo stipendio, senza far nulla, se non godere del sole della nostra bella Italia. I nostri cancellieri, ebbri di ozio, padre dei vizi, hanno persino lasciato saturare i server depositari degli atti processuali inviati telematicamente da noi avvocati. Un capolavoro di inefficienza, tutta nostra, che il Ministro ha ben pensato di commentare con un efficace e tempestivo nulla, non essendo riuscito a blaterare, sul tema, neanche una parola.

Nulla ovviamente, è stato anche detto in difesa delle sacrosante ragioni degli avvocati, categoria che quasi più di ogni altra ha subito il lockdown, con una contrazione dei propri redditi, già falcidiati dal sovrannumero, dai provvedimenti deflattivi in campo giudizario, oltre che dalla inettitudine delle proprie rappresentnanze di categoria. Al contrario, Fofò è stato prodigo di dichiarazioni che riguardavano soggetti del tutto estranei alla giurisdizione, quasi che il ruolo di subminsitro dell’ingiustizia gli stia stretto. Risultato di quesa apocalisse è un blocco della giustizia quasi totale, con rinvii ad anni, anarchia e scontri all’interno del settore, diritti ed interessi dei cittadini espunti totalmente dal dibattito politico, redditi degli avvocati trattati come un elemento accessorio, nonostante le condizioni disperate, sul piano economico, di oltre 100 iscritti all’Ordine Forense.

Insomma, considerando tutti gli elementi a nostra disposizione, le capacità mostrate da Bonafede in questo lockdown possono essere riassunte in poche, lapidarie parole: succube della magistratura, incapace sul piano tecnico, disinteressato ai diritti dei cittadini, inetto sotto il profilo comunicativo, estraneo alle istanze dell’avvocatura, di cui pure si narra che facesse parte, prima di vincere la lotteria, e diventare subministro dell’ingiustizia.

Un genio, da tutti o quasi incompreso, un gigante che continua a fare più danni del COVID, con serena ed inconsapevole giocondità.

Napoli, 10 giugno 2020

Avv. Salvatore Lucignano