Il commento della cronaca è forse l’unica cosa che si può aggiungere alle analisi che ho proposto in questi anni, sullo stato comatoso della professione forense. Il rischio, quando si diventa cantori del contingente, è sempre lo stesso: innamorarsi di questo compito, dimenticando il quadro generale. L’alternativa non è meno drammatica: tacere, lasciando che le uniche voci capaci di emergere dall’avvocatura restino quelle che meno di tutte ne rappresentano i bisogni e ne comprendono la natura.

Non c’è un solo aspetto della struttura ordinistica, così come disegnata dalla Legge 247/2012, che non abbia fallito. Fallimentare il rapporto con l’università, l’esame di accesso alla professione, la formazione obbligatoria, il rapporto con le rappresentanze, l’obbligatorietà della previdenza, anche per gli avvocati poveri, e si potrebbe continuare, su ogni aspetto che riguarda la professione forense. L’idea stessa alla base della 247 era un fallimento, era la pretesa, la presunzione, più che l’illusione, che la riproposizione di un modello professionale dominato dalle logiche feudali dell’ordinismo, potesse affrontare la crisi della massificazione, sia in campo giurisdizionale, che interno all’avvocatura. I fatti hanno immediatamente dimostrato che quella presunzione era catastrofica. L’attaccamento al potere delle cosche e delle cricche espresse da quel modello feudale, è andato avanti anche oltre le stesse regole, già enormemente lassiste, che esse si sono date. La capacità delle rappresentanze forensi di elaborare un modello operativo e strutturale diverso è stata pertanto inesistente. L’unico obiettivo del sistema ordinistico è stato e rimane la gestione eterna del potere, attraverso meccanismi di fidelizzazione clientelare dell’enorme massa di clientes attratti nell’Ordine.

Il problema del numero di avvocati, insostenibile ed incompatibile con una operatività redditizia ed efficiente, è stato completamente ignorato, a livello ufficiale, da chi continua ad aver bisogno che una pletora di disperati, ricattabili, influenzabili e corruttibili, alimenti il proprio potere sulla Cosa Nostra Forense. Incuranti del ridicolo di una prospettazione di riconversione a saldo numerico zero, i padroni del sistema rappresentativo forense hanno vagheggiato di internazionalizzazione, economie di scala, raggruppamenti, specializzazioni, come se tutti questi fattori, anche nell’ipotesi di una loro realizzazione, non dovessero comportare una enorme contrazione del numero di iscritti all’Ordine.

Nel vuoto di elaborazione si sono inserite le pratiche di difesa del potere, più spregiudicate, e a loro volta capaci di disgregare qualsiasi residua speranza di dialettica politica interna. La repressione del dissenso costituisce il sintomo estremo della degenerazione funzionale dell’Ordine Forense. In mancanza di una capacità di ascolto, chi comanda decide di difendere il suo ruolo provando ad intimidire chi lo contesta.

Al fallimento dell’Ordine ha fatto da contraltare quello di una opposizione politica capace di ipotizzare un diverso luogo di elaborazione delle proposte da inviare alla politica. Comitati spontanei, raggruppamenti di piccole associazioni, tentativi di aggregazione, sono sorti e continuano a sorgere, dimostrando che il disagio interno alla classe forense è enorme, ma fino ad oggi è sempre mancata la capacità e la volontà di andare oltre una dimensione puramente autocelebrativa, individuando i meccanismi di una necessaria sintesi, oltre che gli strumenti per riempire di rappresentatività una rappresentanza povera di attrattiva per gli scontenti.

In questo contesto, mancando del tutto una prospettiva seria di rilancio e di ripensamento dell’avvocatura, non può destare sorpresa una prognosi infausta per la professione, qui in Italia. La scomparsa della giurisdizione pubblica, distrutta ormai da una crisi che l’ha messa in coma, è solo il sintomo di rimbalzo di un’avvocatura incapace di tutelare se stessa, priva di credibilità e di una direzione in linea con le aspettative della società.

L’allontanamento dalla politica forense delle energie intellettuali libere e feconde è stato un colpo mortale per le speranze di rinascita dell’avvocatura italiana. Il sistema ordinistico trascina le sue liturgie, senza più nessuna speranza o prospettiva. Il disincanto, la disperazione, la sfiducia, sono i sentimenti di gran lunga dominanti in una fascia di emarginazione professionale che cresce ogni giorno di più. Non si vedono elementi in grado di generare un pur pallido ottimismo. Siamo all’epilogo, al canto funebre di un corpo martoriato dal malaffare e dalla mediocrazia, dove non sembra esserci spazio per nessuna forma di ottimismo. All’interprete dotato di senno non resta che abbandonare il relitto che affonda, provando a sopravvivere altrove.

Napoli, giugno 2020

Salvatore Lucignano