E’ estremamente difficile parlare di avvocatura, di quello che è accaduto in questi anni, dal 31 dicembre 2012, data di approvazione della nuova legge professionale forense, al 25 settembre 2020, giorno in cui il Tribunale di Roma ha estromesso i nove consiglieri del Consiglio Nazionale Forense eletti illegalmente, per violazione del limite del doppio mandato.

Si tratta di una vicenda che avrebbe dovuto trovare i propri anticorpi all’interno della classe forense, ma che non ha potuto farlo, per una serie di coordinate non coincidenze, tali da rendere l’avvocatura italiana del tutto priva degli strumenti culturali e politici necessari alla bisogna. A questa situazione, di totale mancanza di humus, di figure di riferimento, riconosciute e in grado di guidare un movimento di riforma, si sono aggiunti tutti i meccanismi creati dal sistema forense, allo scopo di truccare le partite del voto, in ogni circostanza. L’effetto combinato di questa miscela, è stato quello che è sotto gli occhi degli avvocati contemporanei: elezioni ridotte a suk, in cui trionfano i clan della reggenza ordinistica, forti di asimmetrie di potere e voto di scambio. Attorno, una categoria che non ha mai davvero voluto che la politica forense e la relativa rappresentanza, diventassero un momento di selezione dei migliori esponenti della classe forense, ma ha sempre benedetto una forma di rappresentanza che esaltasse la contiguità, la connivenza, il familismo, a discapito delle competenze e della libertà.

Personalmente, all’esito della vicenda che mi ha visto tra i promotori del ricorso avverso i Consiglieri del CNF eletti illegalmente, vivo una difficoltà pesante. Da un lato sono intimamente convinto che l’avvocatura italiana sia un luogo in cui la ragionevolezza, la competenza, la politica, non abbiano alcun peso, o senso, esiliate dalle prassi e dalle rappresentanze scelte in queste partite elettorali truccate; dall’altro, faccio fatica a stare zitto, pur convinto di essere un cane isolato che abbaia alla luna.

Il punto in cui siamo mi appare perfettamente descritto dall’immagine del muro di gomma. Questo corpo sociale, ormai privo di qualsiasi identità, i cui valori più largamente rappresentativi possono individuarsi nel vittimismo, in un corporativismo di maniera, tanto inefficace quanto stucchevole, e in una concezione del decoro che si sostanzia in una forma esteriore imbiancata, tesa a nascondere il marciume sottostante, non ha alcuna fibra morale, non risponde agli stimoli di chi, con merito innegabile, ha tentato in questi anni di dare una spallata ad un vecchio mondo decadente. Questa nostra società feudale, fatta di un reticolo di vassalli, valvassori, consiglieri, connestabili, delegati, ed altra inutilità assortita, ha resistito alla realtà dei fatti con stoica abnegazione. Il muro ha retto, fondamentalmente per ragioni antropologiche, prima ancora che politiche o istituzionali. Gli avvocati italiani infatti, somigliano infinitamente di più ai loro esponenti illegali, che a chi, in questi anni, ha lottato con tutte le sue forze per affermare tale illegalità.

Forte di questa convinzione, all’esito di una battaglia che mi ha portato ad esternare tutta la mia critica verso il sistema, anche con modalità cruente, urticanti, tese a scuotere questa massa inerte, mi sono da tempo reso conto che persino il parlare, il muoversi nel contingente di un finto dibattito superficiale, sia oramai del tutto inutile. I social network, che a partire dal 2012 erano stati un luogo di espressione di un pensiero politico potenzialmente destabilizzante per il sistema, hanno mostrato, nel caso dell’avvocatura, la propria impotenza. Grazie ad essi infatti siamo sicuramente riusciti ad informare alcuni avvocati di quanto di nefando accadeva nelle istituzioni forensi, ma non abbiamo avuto riscontri tali da far nascere un movimento nazionale, visto come un’alternativa al regime ordinstico. Più volte ho riflettuto, anche pubblicamente, sui limiti politici della nostra azione e non mi sono mai nascosto dietro una puerile negazione delle mie responsabilità. In politica, quando si perde, non c’è cosa più stucchevole che dare la colpa a tutto il mondo, meno che a se stessi. Assumersi le responsabilità di un fallimento però, non vuol dire sottrarsi ad un’analisi delle ragioni per cui esso è maturato. Nel caso dell’avvocatura, è del tutto evidente che mancasse un corpo pronto a ripudiare il sistema ordinistico, trasformando il disincanto ed il distacco verso le istituzioni forensi in un forte movimento, teso a sovvertirle.

Ancora oggi, nel momento in cui la massima istituzione forense è messa a nudo, nella sua indifendibile illegalità, gli avvocati che prendono la penna, per denunciare l’accaduto, ed invocare un completo cambio di rotta, si contano sulle dita di una mano. Alla paura, al timore di subire ritorsioni ed isolamento, che pure esiste, va aggiunta una mentalità omertosa, largamente diffusa tra gli avvocati, che li porta a tacere su ogni malefatta interna, in una disperata, quanto masochista, forma di distorta e grottesca autodifesa, che finisce inesorabilmente con il fare più male che bene.

In un simile contesto, in cui la politica fa enorme fatica persino a trovare cittadinanza, non c’è quindi da stupirsi se il clientelismo, il paternalismo, la ricerca di una continuità nei rituali tribali e feudali che reggono le sorti della classe forense, abbiano buon gioco nello scrivere la nostra triste storia. Il ruolo degli oppositori, nello scenario dato, non appare più necessario, utile, e men che meno possibile. Le varie azioni di contrasto che abbiamo condotto in questi anni, a partire dalla battaglia contro il regolamento elettorale totalitario dei COA, fino alla lotta per l’abolizione dei minimi contributivi slegati dal reddito, e per l’alternanza nelle istituzioni, con il rispetto del limite del doppio mandato, non hanno sortito una reazione che possa far parlare di successo politico. Certo, le azioni giudiziarie hanno funzionato, e la Cassa Forense, spinta più dalla fame diffusa e dalla consapevolezza di non poter più assoggettare gli avvocati deboli ad una contribuzione insostenibile, che da un vero moto di ravvedimento, si appresta a riformare il sistema predatorio che attualmente vessa decine di migliaia di colleghi poveri. Certo, nelle istituzioni forensi abbiamo impedito il verificarsi delle prassi elettorali più smaccatamente autoritarie, come il voto in blocco per i padroni dei Consigli circondariali, e per i loro clan, e il reiterarsi dei mandati elettorali oltre il secondo consecutivo, ma dagli avvicendamenti che pure vi sono stati, non si è assolutamente visto l’emergere di una nuova classe dirigente. Al contrario, l’unanimismo, la difesa totalizzante del sistema ordinistico, e delle sue ormai grottesche e sorpassate caratteristiche, appare essere il vero e solo elemento unificante di questa categoria, che non desidera nulla con così tanta determinazione, quanto il mantenimento di questa sovrastruttura clientelare, immersa in una cultura mafiosa e feudale.

In questi ultimi mesi, assieme al direttivo di ARDE, mi sono interrogato molto seriamente sulla possibile funzione di una continuazione delle mie e delle nostre denunce. Ho passato in rassegna i motivi del silenzio e quelli della parola, e confesso di ritenere che ormai parlare, scrivere, dire e denunciare, non serva più a molto. Sono il tempo e la fame i fattori che più incideranno nel futuro degli avvocati italiani. Tempo e fame saranno più efficaci di qualsiasi nostra denuncia, nell’erodere quella parvenza di decoro dietro cui ancora si nasconde ciò che resta del sistema ordinistico forense. Credo dunque che il modo migliore di onorare la battaglia combattuta in questi anni sia una rivalutazione dell’oblio, dell’anonimato, come dimensione perfetta in cui attendere gli sviluppi portati da quelle forze assai più efficaci della ragione. Il cedimento ad una visione egotica di se stessi, ad una sorta di esaltazione della propria indispensabilità, anche a dispetto di una realtà che racconta un altro film, è forse il peggior modo di onorare un impegno che è stato in ogni caso giusto, per certi versi doveroso, e comunque foriero di risultati importanti, seppure solo in prospettiva futura.

C’è un tempo e uno spazio per ogni cosa, ed i vuoti, nella vita, come in politica, non sono affatto da disprezzare. Come i pieni, e a volte più dei pieni, i vuoti, le assenze, i silenzi, possono costituire il terreno indispensabile per la nascita di qualcosa. A volte capita che un vuoto, un’assenza, un silenzio, siano molto più efficaci di un pieno, per portare ad un determinato risultato. E’ per questo che ora la ragionevolezza della mia battaglia esige silenzio, oblio, anonimato.

Tra molti anni, forse, nasceranno avvocati capaci di recuperare il senso della vicenda che abbiamo tentato di portare avanti. In attesa di questa possibilità, oggi non resta che andare a vivere altrove, sognando i leoni.

Salvatore Lucignano

28 settembre 2020