La sensazione che l’avvocatura italiana sia in una situazione di stallo è ormai generalizzata. Soprattutto, appare evidente lo scollamento tra chi comanda, espressione di un sottobosco valoriale, capace di orientare le nomine e le elezioni, ed un corpo che in larga parte non crede più alle istituzioni forensi, avendo abbandonato persino qualche velleitaria speranza di riformarle. Ovviamente anche la comunicazione politico forense risente di questa clima di resa, che è un pò generalizzato, e che di fatto domina la vicenda politica di questi ultimi mesi. Oggi ho scritto un post sui miei profili personali, che parlava di avvocatura, ma si tratta ormai di esternazioni che non hanno alcun impatto, su un corpo che non reagisce a nessun tipo di stimolo. Davvero non ci resta che l’anonimato, come soluzione al trionfo dell’irragionevolezza.

Nel 2014, in materia di avvocatura, avevo già dato tutte le risposte:1. Cancellare il sistema ordinistico, divenuto ormai “Cosa Nostra Forense”.2. Avviare la riduzione governata del numero di avvocati, da 250 mila (oggi), a 50 mila (quanti dovremmo essere).3. Abbandonare l’idea medievale che la giurisdizione pubblica possa ancora essere legata alla fenomenologia contenziosa, e costruire un serio diritto collaborativo.4. Dare un contributo alla riduzione della bulimia giurisdizionale, cancellando il grado di appello, abolendo i giudici di pace, dando all’avvocato il ruolo di problem solver, e non di mero litigator, di fatto vassallo dei magistrati.5. Innalzare il livello dell’avvocatura, aumentando il periodo di pratica, riformando l’esame di accesso, rendendolo più duro e completo, abilitando un avvocato che abbia molte più competenze di valore pubblicistico.Sono passati quasi 7 anni, e l’avvocatura non è stata capace di proporre nemmeno una sola di queste misure urgenti. Il nulla, un brullo nulla. Un nulla decoroso, ebbro di toghe nel quore, in fervida attesa dell’avvocato in prostituzione.

Salvatore Lucignano, 2 ottobre 2020