Chi nega la correlazione esistente tra calo dei redditi ed incremento del numero dei professionisti iscritti all’albo, mente o semplicemente riduce tutto al concetto di mercato libero.
Il grafico riportato sotto, indica l’incremento degli iscritti all’albo avvocati dal 1985 al 2020, sia nazionale che diviso per regione.

È evidente oggi più che mai che il rapporto tra produttività e numero dei professionisti sul mercato sia inversamente proporzionale e che chi invoca il libero mercato come se fosse la giusta esimente alla tragedia professionale degli avvocati del sud, con particolare riferimento alle donne, mente o semplicemente ignora i concetti cardine dell’ economia politica di base.
Il mercato è libero se consente a tutti, a parità di condizioni, di procacciarsi affari, esso diventa una gabbia, quando le regole del mercato pendono a favore di chi ha più mezzi e di chi può giovarsi di una clientela fidelizzata grazie, spesso, alle gestioni di chi li ha preceduti.

Il concetto è elementare ed ovviamente, la situazione, penalizza le categorie più povere e più deboli in favore di quelle più ricche ed affermate. L’ avvento dell’informatizzazione e della giustizia predittiva, poi, creeranno senza dubbio l’aumento del divario tra chi ha mezzi e chi non ne ha, in favore di primi che non avranno difficoltà ad informatizzare il proprio studio proponendosi sul mercato con servizi al passo con i tempi a costi ridotti, decisamente schiaccianti rispetto ai tempi ed ai costi del lavoro intellettuale di tipo artigianale.
In altre parole, chi avrà i mezzi per dotare il proprio studio delle intelligenze artificiali più all’avanguardia, schiaccerà i piccoli studi costretti a proseguire la professione affidandosi al lavoro intellettuale che ha tempi e costi decisamente superiori a quelli delle macchine, con buona pace dei meriti, ovviamente.
In questo quadro, il divario tra regioni con redditi storicamente più elevati e le altre, diventerà sempre maggiore, se si aggiunge che il sovrannumero degli iscritti agli albi , si registra maggiormente proprio nelle regioni con più basso reddito pro capite.
È di fatti notorio che laddove non vi sia lavoro per i giovani, l’università prima e la libera professione dopo, diventino un ripiego e fungano da ammortizzatore sociale.

Il quadro è drammatico e se ciò è stato possibile è anche grazie alla completa inerzia dei nostri rappresentanti, fermi anni indietro, immobili se non quando occorre salvare il proprio deretano.

Una politica forense sensata avrebbe dovuto anticipare lo sfacelo, da un lato, mettendo fine al tragico dumping di mercato che si verifica soprattutto al sud, con la reintroduzione di tariffe minime obbligatorie; dall’altro, prevedendo una moratoria ai nuovi accessi che ponesse fine ad un incremento numerico che non fa bene soprattutto ai nuovi ingressi.
La questione ” meridionale” poi, doveva suggerire interventi mirati per incentivare ed agevolare la formazione di grossi studi professionali condotti dai giovani più meritevoli, fornendo incentivi alla nascita delle associazioni professionali ed alla informatizzazione.
Ovviamente nulla è stato fatto ed il quadro emerso dal rapporto Censis, parla di fame e distruzione, due grossi problemi cui dovrà fare fronte anche la nostra CASSA forense, che con questi numeri ben presto non potrà garantire il pagamento di alcuna pensione.
Abbiamo ciò che meritiamo? Direi, decisamente si!